venerdì 14 marzo 2014

La “Nuova Vocalità”, di Claudio Milano


Nel numero speciale di MAT2020 dedicato a Bernardo Lanzetti, Claudio Milano, musicista e artista globale, ha confezionato un articolo dedicato alla “Vocalità”.
E’ obiettivamente molto lungo e poco adatto ad un blog, ma la valenza del documento è tale che appare impossibile una dispersiva operazione di suddivisione in differenti episodi. L’analisi è approfondita e carica di esempi video che rendono il tutto un saggio  da conservare, qualunque cosa si pensi della musica e qualunque sia il ruolo che si occupa all’interno di essa.

La “Nuova Vocalità”, eterna frontiera della voce
di Claudio Milano

Che la rivoluzione in musica del '900 non fosse solo cosa da toccare la musica strumentale era ovvio, almeno quanto lo era il fatto che il retaggio culturale del canto lirico sarebbe stato un ostacolo in questa direzione piuttosto che una naturale evoluzione verso altro e la possibilità di integrazione con altri modi tecnici ed espressivi legati allo strumento voce.
L'unica eccezione in campo lirico era stata quella dei castrati, vocalità estrema, indotta e studiata,  come nel caso del teatro, per allontanare le donne dalle arti, alimentare un senso di pietismo nei riguardi di tabù legati all'identità di genere e alla sessualità, sulla base di dogmi religiosi e di morale.
Il nuovo arriva dunque da un continente nuovo, povero di storia ufficializzata e affamato della voglia di crearsene una anche in campo artistico. La nascita del jazz, si sa, dall'evoluzione del blues rurale e di quello urbano, portava con sé un carattere popolare nell'uso della voce, che per quanto potesse cercare di accordarsi con le tradizioni europee, veniva riconosciuto come autentico tanto più andava a pescare nella cultura afro-europea, nella vita difficile, malfamata e oltre i limiti della legalità dei quartieri poveri. La voce nel jazz, smette finalmente di essere “bel canto” e torna ad essere, con nobiltà, “suono” ed espressione di un'identità, racconto di una storia vissuta (Billie Holiday docet). Con Gershwin, la cultura occidentale, iniziava seriamente a guardare fuori dai confini accettati in modo ben più autentico che con le fascinazioni per le culture musicali e asiatiche di Debussy (che comunque mai la voce avevano riguardato) e di quello dei canti popolari nobilitati dai grandi compositori dell'est e da Ravel. In breve, se un Picasso in musica c'era stato,  attraverso il recupero del “primitivo”, questo era Schoenberg, ma il suo fare estremamente razionale legato alla dodecafonia, non aveva minimamente intaccato la didattica della voce, potenziandola anzi, laddove, l'abbondante uso dei cromatismi, ora richiedeva ulteriore padronanza dei mezzi impartiti dai docenti di canto per secoli.
Curiosamente la vera rivoluzione arriva dal teatro ed ha un grande interprete, Antonin Artaud. E'il regista francese, attraverso le estremizzazioni più autentiche ed espressioniste dell'idea di Gesamtkunstwerk (opera d'arte totale) wagneriana a raccogliere le decostruzioni del pensiero e delle azioni dadaiste e futuriste e a trasportarle nell'uso della voce nel suo “Per farla finita col giudizio di Dio”. E'un passo importante che in realtà ben poco sarà recepito dai circuiti, anche meno istituzionali del canto europeo. Come spesso accade i passi verso la nascita di un'idea di “nuova vocalità”, capace di abbracciare più sistemi didattici, andando a pescare nelle tradizioni popolari di latitudini diverse, non più legata all'idea di unico registro e unico colore, ma anzi attenta alla ricerca di tutte le sfumature possibili (tecniche ed espressive) offerte dallo strumento voce e dal suo suono tout court, compatibilmente con le possibilità fisiologiche ed il costo (fatica) vocale, entrambi da riformulare sulla base del soggetto e non di un sistema capace solo di riprodurre a catena vocalità pressocchè identiche se non per minime sfumature, arriva per caso e  grazie ad un talento straordinario. Non si tratta del primo, ovviamente, ma del primo riconosciuto come tale a livello, quasi, mondiale, grazie alla capacità, unica, di mettere assieme l'istituzionalità del canto lirico, con le tradizioni popolari sudamericane e qualcosa di completamente nuovo, la voce intesa come “suono puro”, anche fine a sé stesso, capace come nel caso di un uccello lira di imitare qualsiasi timbrica, al fine di ampliare le possibilità espressive della voce, tanto in fraseggio strutturato che nell'improvvisazione. Questa rivoluzione ha un nome, Yma Sumac.
Indipendentemente dalla leggenda legata al nome e al personaggio, che tralasciamo a rotocalchi e a biografie, più o meno attendibili, la Sumac è cantante (soprano leggero naturale) per lo più autodidatta che riesce, grazie a delle potenzialità fisiologiche inaudite (conformazione cordale, cranica e fisica) nello studio giocoso delle emissioni sonore degli animali della foresta e nella riproduzione di timbriche inquietanti, quanto angeliche, divertenti, brillanti. Il tutto sviluppando, senza alcuna parsimonia, ma anzi, con un fare spregiudicato e “manifestativo”, un'estensione che le permetteva di toccare armonici oggi definiti “frei” e dunque sub-armonici vicini al kargyraa tuvino/mongolo, inferiori di almeno un'ottava rispetto a quelli del basso profondo, per raggiungere frequenze “flute” o meglio “whistle (di fischio)” capaci di superare anche di due ottave quelle del soprano di coloritura (come in alcune emissioni rituali africane). Celebre il brano “Chunco”, visibile anche in rete, grazie ad un'esibizione a Mosca nel 1960 http://www.youtube.com/watch?v=RR1V8aqEcwM dove vengono usati abbondantemente schiocchi, colpi di glottide, accenni di armonici, uso contemporaneo di corde vocali vere e false, fischi.
La leggenda della Sumac era e resterà però di nicchia e andrà ad informare orecchie ed apparati fonatori di pochi intellettuali “open minded”, su tutti, Cathy Berberian, mezzo-soprano lirico di ampie vedute e possibilità, compagna del grande compositore Luciano Berio, che con lei cerca di formulare un nuovo abbecedario tecnico e timbrico applicabile alla voce. Berio, scrive per e con la Berberian la Sequenza III per voce femminile (1965) che ascoltiamo qui in una esecuzione del 1966 http://www.youtube.com/watch?v=1hxjCIANddU. Le lezioni della Sumac e Artaud appaiono qui completamente messe a fuoco e istituzionalizzate, per quanto con un'attenzione estrema alla fisiologia e al costo vocale. E'un passo importantissimo per la cultura occidentale che avrà seguito con Stripsody (1966), ad opera della stessa Berberian e di  Roberto Zamarin http://www.youtube.com/watch?v=rmOwX1xTAak straordinario esempio di come l'idea del canto lirico possa essere associato all'onomatopeico fare della poesia visiva futurista, dadaista e la nuova idea pop wharoliana. Wharol è assieme a Berio il più grande maestro della Berberian e il definitivo sviluppatore nonché canale di risonanza dell'idea di nuova opera d'arte totale nella quale cultura “alta e bassa” collimano e si integrano dopo il gesto dadaista dell'orinatoio-fontana esposto da Duchamp, non a caso nel brano compaiono una citazione di “Ticket to ride” dei Beatles (che la cantante omaggia con un disco eccezionale e divertentissimo, quale è Beatles Arias del 1967), e l'urlo di Tarzan. Nel 1966, la cantante e compositrice darà nome alle nuove istanze pubblicando “La nuova vocalità nell'opera contemporanea”, opera tutt'oggi null'affatto digerita e compresa dagli ambienti accademici, quanto da quelli non istituzionali. Il mondo delle arti visive ormai si muove gioiosamente in maniera libera, si scolla di dosso categorie e barriere di forme espressive e di obbligatorietà drammatiche e trova nel Fluxus la riposta alla nuova necessità espressiva. Ne fa parte una giovane cantante e artista giapponese di nome Yoko Ono. Con la Plastic Ono Band, la sottovalutata e spesso derisa artista naturalizzata a Londra, portò elementi primitivisti (l'urlo primordiale come manifestazione più autentica del sé) ed altri desunti dal Teatro Nō giapponese all'interno della musica pop rock, favorendo un processo di integrazione tra l'estetica popolare e quello delle avanguardie già iniziato nel 1966 con Pet Sounds dei Beach Boys e Revolver dei Beatles, con i quali, certo non trasversalmente, condivide fortune e miracoli. Il brano Why da Yoko Ono/Plastic Ono Band del 1970 è un manifesto del suo percorso creativo ed espressivo, che evidentemente, nella brutalizzazione del canto avrà come epigone diretto il fenomeno punk: http://www.youtube.com/watch?v=DCb0TsSIqI0. Si tratta di una modalità che per la prima volta, ben poco ha a che vedere con l'attenzione per la fisiologia cordale e per possibili danni apportabili alle stesse e non è un caso che la cosa venga da un'artista giapponese per via della struttura corporea che le popolazioni asiatiche hanno maturato, mostrandosi ben più capaci di quelle europee alla tenuta di un suono estremo (come Yamatsuka Eye mostra con assoluta disivonltura (http://www.youtube.com/watch?v=UfwhG1KtQp4).
Fin qui però quello che si è visto latitare è l'assenza di un fare manifestativo in favore di uno più autenticamente espressivo, proprio di un'epoca nella quale la ricerca di una nuova percezione attraverso la parola avanguardia (John Cage e La Monte Young insegnano), allontana più umane e naturali forme di percezione della vita stessa e del suo legame col fare (o essere) arte. A colmare questa “lacuna” che tale non è in realtà perchè valutabile in questa direzione solo retrospettivamente, è un ex cantautore di folk psichedelico convertitosi ad una musica totale capace di abbracciare classica contemporanea, free jazz, folk, rock, blues e un'attitudine innata ad un suono espanso e avanguardista, figlio della stagione psichedelica e “progressiva” (di cui di fatto sarà precursore e massimo interprete) e il suo nome è Tim Buckley. La “conversione” al nuovo verbo arriverà a Tim, già cantante dotato di rari estensione e timbro, in seguito alla visione di un'esibizione della Berberian e all'ascolto di un disco di Miles Davis,In a Silent Way”.
Tim evolverà improvvisamente la sua vita e la sua musica con dischi quali Happy Sad, ma soprattutto, Lorca, Blue Afternoon e il “buco nero” Starsailor, capolavoro assoluto di nuova vocalità e nuova musica (come allora veniva definito il nascente progressive rock) dal quale l'ascolto dei brani Jungle Fire e Starsailor:
nei quali ad una vocalità figlia del blues, si aggiungono venature jazz, jodle mediorentali prossimi al canto difonico, un falsettone rinforzato che sembra non avere limiti in acuto e capace di unire impostazione liricheggiante ad un'altra dichiaratamente black. Il tutto tra note tenute fino all'inverosimile, ora appena accarezzate, ora urlate (con controllo) e un senso di dramma e vitalità, insaziabile. Tanta grazia non portò la stessa fortuna, nonostante l'apprezzamento di Frank Zappa e gli costò il completo abbandono da parte di pubblico, critica e ispirazione, nonché una misera fine a soli 28 anni. Solo negli anni '90 la sua opera è stata in parte rivalutata grazie alle fortune (e sfortune) di suo figlio Jeff, la cui “grazia” vocale tanta luce avrebbe portato a quel decennio già a partire dal bellissimo live d'esordio http://www.youtube.com/watch?v=8kPUT_1d4dA .
Come più volte però la lezione di Buckley padre, non passò inascoltata, ma anzi fu capace di creare un piccolo nucleo di seguaci nella sempre meno (a quei tempi dorati) ristretta area della musica di ricerca, i cui confini geografici e di genere stavano diventando così labili da diventare inutili.
Primo figlio della scuola buckleyana fu un giovane cantante e poeta inglese di formazione gesuita, Peter Hammill. Hammill ebbe (ed ha tuttora) il ruolo di ampliare la gamma espressiva di Tim inacidita con l'urlo di Arthur Brown, riuscendo ad apportare una dimensione teatrale al suo canto che in una frazione di secondo è in grado di passare da un suono autenticamente femmineo da contraltista ad un urlo violentissimo che impiega contemporaneamente l'uso di corde vocali vere e false, spaziando da un devastante kargyraa mongolo ottenuto con le false fino a toni da mezzo-soprano, ora urlati, ora impostati in una chiara dimensione europea-lirica. Quest'uso vocale, per quanto non sempre tecnicamente ineccepibile (la tecnica qui non è un fine, ma un mezzo), ma sempre intenso e sorprendente, ha fatto e fa di Hammill, in particolar modo nei suoi live recital, al limite della confessione analitica, l'interprete drammatico più autorevole dell'intera epopea rock, nonché il camaleonte vocale per eccellenza, capace di cavalcare e piegare a suo modo ogni genere musicale. Non a caso l'autore inglese si è guadagnato l'appellativo di Hendrix della voce, cosa rafforzata dall'uso di numerosissime sovraincisioni all'interno dello stesso brano, cosa poi ripresa in maniera assai simile da un altro talentuoso cantante, Freddie Mercury. Qui di seguito due conturbanti esempi della sua modalità vocale, A Louse is not a Home
e A Plague of Lighthouse Keepers
dai capolavori The Silent Corner and the Empty Stage e Pawn Hearts, del gruppo madre Van Der Graaf Generator.
A questo punto mancava soltanto qualcuno in grado di tesaurizzare le esperienze di tutti i suoi precursori portandoli alle estreme conseguenze tecniche e questo qualcuno fu un cantante di origini greche, naturalizzato italiano, Demetrio Stratos.
Talento naturale irripetibile e personalità straordinariamente magnetica, Stratos fece della tecnica vocale qualcosa di matematico, capace di grande forza comunicativa anche senza la ricerca di particolari enfasi espressive, grazie anche al supporto di figure mediche (siamo negli anni di prima affermazione della foniatria e della logopedia, come scienze capaci di sopperire alle mancate risposte dell'otorinolaringoiatria), importante in tal senso la sua collaborazione con il CNR di Padova; di grandi compositori come John Cage e di un produttore illuminato quale era Gianni Sassi, fondatore di quel laboratorio di idee, suoni e autentiche provocazioni culturali che fu la Cramps (ben altra cosa è l'etichetta oggi). Stratos, era un  tenore capace anche di frequenze baritonali piene con grande elasticità vocale tale da estendere il suono della sua voce fino a frequenze da soprano leggero ed oltre grazie all'impiego di suoni di fischio aspirati e appoggiati, ma capace anche di suoni gutturali profondissimi raggiunti grazie all'uso di tecniche desunte dallo straordinario maestro vietnamita Tran Quang Hai, custode di tecniche orientali millenarie e profondo indagatore della voce come strumento http://www.youtube.com/watch?v=WGL7wDw8KP4 . Quello per cui il cantante, nato ad Alessandria d'Egitto e cresciuto tra l'Emilia e Milano divenne ben presto noto dopo un'iniziale avvicinamento alla musica rock più ortodossa e black, fu la manifestazione degli armonici di un suono attraverso diplofonie a singola e doppia cavità e trifonie, la volontà di attualizzare il legame tra parola parlata e recitata propria del “recitarcantando” barocco, la volontà di indagare fino all'ossessione ogni suono producibile, dal pre-vocale reso in chiave minimale alle più complesse emissioni immaginabili ad Occidente e ad Oriente. L'estremizzazione che Stratos fece del suo percorso fu uno shock culturale mai del tutto sanato, tant'è che tutt'oggi buona misura dei vocalist non possono prescindere in alcun modo dalla sua figura e dal suo operato.  Dalla sua eccezionale resa del linguaggio di Artaud http://www.youtube.com/watch?v=fP0_MqFfYNE al lavoro con la band di avanguardia Area International POPular Group, qui di seguito la magnifica “Giro giro tondo” dal concept “Maledettihttp://www.youtube.com/watch?v=zh28TfglomQ, alle sperimentazioni soliste di Cantare la voce, Metrodora, alla partecipazione ad Event di Merce Cunningham, assieme a Jasper Johns e Andy Wharol e alle innumerevoli collaborazioni, qui quella indimenticata con Mauro Pagani http://www.youtube.com/watch?v=hdxwbEykb9o, Stratos rimane tutt'oggi un alieno piovuto in una realtà carica di mezzi ma con poche capacità di metterle assieme. Lui lo ha fatto, senza riserve.
La sua prematura scomparsa, portò in Italia un numero assai diffuso di cultori del suo percorso (da un giovanissimo Piero Pelù a... Jo Squillo http://www.youtube.com/watch?v=oV4jNoMBa1E ), l'unico talento capace però di raccogliere la sua esperienza e di svilupparla ulteriormente sebbene con risultati assai differenti fu Giuni Russo.
Allo stesso modo, naturalmente dotata di un talento vocale incredibile, la Russo ha avuto il ruolo di coniugare una vocalità popolare nell'accezione più vera del termine, quella legata alle tradizioni degli urlatori di stornelli, alla “nobiltà” del canto lirico, senza tralasciare in minima misura studi di canto armonico, produzione di fischi irraggiungibili per timbro e potenza, colore black, capacità interpretative tali da giganteggiare nel repertorio brillante ed emozionare profondamente in quello drammatico. Tutte caratteristiche che le hanno permesso di affrontare ogni tipo di repertorio e difendersi da un mondo discografico che l'ha voluta fino alla fine e ancora oggi, relegata a stereotipi da canzonetta balneare. Il suo testamento musicale arriva ben presto attraverso la collaborazione con Franco Battiato e Alberto Radius nell'album Energie del 1981 che contiene brani come Una vipera sarò, Crisi Metropolitana, http://www.youtube.com/watch?v=qsICFLUakF4 ma soprattutto L'Addio, nel cui finale (dal minuto 3'54 in poi) l'interprete esegue un fraseggio di una complessità tecnica irripetibile: http://www.youtube.com/watch?v=HpnprXDSIak. Da segnalare anche la bellissima riedizione di A Casa di Ida Rubinstein del 2011 con la partecipazione di Uri Craine, disco dalle improbabili fusioni tra lirica, pop, jazz, fusion ed il bellissimo live Signorina Romeo con un'emozionante Nada te Turbe: http://www.youtube.com/watch?v=RsHYhrKk0Ls.
Contemporaneo a Stratos, fu, sempre in Italia il talento fragile del primo Alan Sorrenti, autore del prezioso album Aria del 1972, con l'omonima suite http://www.youtube.com/watch?v=9O_FrtnxYjk che manifesta un interprete capace di rivalutare la lezione di Tim Buckley, in termini di duttilità e leggerezza vocale, sposandola con i colori del canto iberico ed un uso deliberato quanto impressionante di colpi di glottide e portamenti che prolungano all'infinito ogni singola sillaba.
A partire dalla fine degli anni '70 si afferma l'eccezionale personalità di Meredith Monk, grande voce e performer che ha sperimentato le relazioni tra corporeità e voce attraverso una stretta relazione con le dinamiche musicali del minimalismo storico di Glass, Riley, Reich. Per lei il canto è stato ed è assoluto rispetto del sé, “luogo-non luogo” (o meglio, “crepa” come lei ama definirlo) dove non è possibile in alcun modo intendere la voce in un modo al di fuori del rispetto della propria fisiologia e dunque come assoluto autocontrollo e disciplina, tali da avvicinare la ricerca del suono vocale a quella del Teatro Nō giapponese e allo Zen, in assoluto rapporto con le dinamiche del mondo naturale e delle sue manifestazioni. Estremamente mistica e minimale, la poetica della Monk, legata anche alla danza e al teatro, vede il canto inteso come ricerca interiore, esplorazione del sè. Di lei è possibile affermare ad oggi, come abbia esperito ogni tipologia di tecnica immaginabile, studiando anche le vocalità di popolazioni primitive, ottenendo risultati fantastici, talvolta giocosi. La percezione del tempo nel suo canto segue percorsi altri da quelli della vita ordinaria e può condurre a serenità quanto ad ansia.
Qui un prezioso documentario a lei dedicato: http://www.youtube.com/watch?v=f_Xj3ID-ybw . Tra le sue produzioni, consigliato l'ascolto di Songs from the Hill (1979) e di Dolmen Music (1981).
Sua contemporanea è Joan La Barbara, vicina al mondo di John Cage, con il quale ha diviso il percorso creativo legato ad un'indagine psicologica/psichiatrica/antropologica dell” essere voce, sulla base di culture molto distanti tra loro, indagando, in maniera diretta, non solo le possibilità tecniche ed espressive di mondi esperiti come tecnicamente diversi, ma anche e soprattutto, la possibile comunione tra essi, senza alcuna priorità stilistica ed espressiva, cosa che l' ha resa e la rende, senza dubbio, uno dei più grandi geni musicali e vocali di sempre. Suo capolavoro assoluto: Voice Is the Original Instrument: Early Works (1976/2003).
Qui una sua performance significativa quanto emozionante http://www.youtube.com/watch?v=YFtHUH1IMLM.
L'esplosione del fenomeno punk rese intanto importanti forme altre di espressione vocale, più crude, che trovano nel recitarcantando ipnotico che si apre alle urla e ai fischi inquieti di Blixa Bargeld; nel primitivismo gutturale di Mark Stewart o nell'urlo di Terre Roche, quasi un omaggio all'arte di Yoko Ono http://www.youtube.com/watch?v=hzFsDQeTUT4 . Le più grandi interpreti del fenomeno in termini di nuova vocalità furono senz'altro due, nell'accezione di “post punk”, Nina Hagen e Diamanda Galas.
La vocalità scombinata, epilettica della prima, violentemente teatrale e dadaista trova un favorevole alveo di formazione tra le mura del canto lirico ridotto a burlesque, nell'esasperazione dell'urlo di fischio, nella violenta compressione cordale fino ad ottenere suoni gutturali ora disumani, ora divertenti, sempre legati ad una poetica anfetaminica e ad un immaginario infantile o tardo adolescenziale che nell'album Nunsexmonkrock del 1982 http://www.youtube.com/watch?v=KBvUmL-YagI trova la massima espressione, prima di un rovinoso crollo vocale dovuto ad abuso delle proprie potenzialità.
La seconda rappresenta invece un punto di non ritorno dell'espressione della vocalità umana ed è tutt'oggi assieme a Stratos, emblema assoluto dell'idea di nuova vocalità. Tra le prime interpreti ad impiegare l'elettronica applicata alla voce (assieme a Laurie Anderson, di cui ricordiamo la poetica ben più minimale di Big Science del 1981: http://www.youtube.com/watch?v=0hhm0NHhCBg) Diamanda Galas è stata e rimane l'interprete più violentemente espressionista che la cultura occidentale abbia prodotto. In lei è la manifestazione del senso di colpa cattolico che si riduce a supplizio, autoflagellazione che declina nel gotico più efferato e nero. Dotata di una preparazione vocale lirica invidiabile, di una costituzione anatomica cordale capace di reggere ogni possibile martirio e di ogni meraviglia tecnica, dal suono gutturale più volgare a tessiture da soprano lirico semplicemente angeliche, la voce della Galas è un autentico tesoro di armonici, capace di bellezza nei momenti più lirici e di orrore nelle grottesche declinazioni del canto a putrescenza decadente e baudeleriana. Figlia dell'Artaud più estremo, la voce della cantante greca, si è prestata nei primi anni di carriera a performance sconcertanti, al confine col satanismo più torbido, ma mai farsesco (cosa che inquieta doppiamente). Il frequente uso di due microfoni durante le esibizioni, uno con l'applicazione di effetti, l'altro capace di restituire solo la crudezza del suo timbro, le permettevano di creare dei bordoni di suoni di fischio sulla settima o ottava ottava, oppure di suoni gutturali in sub armonico o con il semplice impiego delle false corde, sui quali la voce poteva scalare liberamente le ottave in declamazioni simili a violente invettive, che non risparmiavano alcun possibile impiego dell'apparato fonatorio, a discapito di un impiego di energie semplicemente enorme, capace di trasformare ogni sua esibizione in un rito catartico e di rendere al massimo della contemporaneità l'estetica del sublime romantico. Negli ultimi anni la sua voce si è dedicata invece prevalentemente alla riproposizione in chiave personale di un repertorio blues restituito all'originario spirito osceno e sovversivo.
Fenomeno autentico e tutt'altro che d'immagine, di lei ricordiamo l'impressionante secondo episodio dalle Litanie di Satana, qui in una performance live: http://www.youtube.com/watch?v=Th1hLNoOjn4 , l'album omonimo del 1984, il live Plague Mass, Saint of the Pit, con le raccapriccianti Cris D'Aveugle http://www.youtube.com/watch?v=ozj9CLeVLLw e Deliver Me http://www.youtube.com/watch?v=6l4qtLlo4XM , Vena Cava del 1993, il bellissimo live at Poznan del 1999 http://www.youtube.com/watch?v=Ti9DhGFRFdg.
Un movimento mai troppo celebrato nell'epoca di massima espansione, tra fine anni'70 e primi anni '80 è il Rock in Opposition o R.I.O. i cui massimi interpreti vocali, in perfetta aderenza alle istanze avanguardiste di nuova vocalità sono Dagmar Krause e Catherine Jauniaux.
Dagmar Krause è un talentuoso soprano tedesco, fuggita dalla Germania Est negli anni della Guerra Fredda per incontrare il mondo inglese delle avanguardie. Attivista comunista dichiarata, sarebbe diventata ben presto la voce più importante del R.I.O. grazie alla capacità di estendere i suoi fraseggi ad intervalli davvero impossibili, anche ritmicamente, dal registro di contralto a quello di soprano, con assoluta naturalezza e potenza espressiva-espressionista dal carattere tipicamente mitteleuropeo. Dai primi anni '80 raggiungerà il massimo dell'abilità vocale ed interpretativa, maturando oltre al suo stile vocale inconfondibile, legato alla dodecafonia, l'impiego di screaming, suoni di fischio, neo-primitivisti e gutturali. Estremamente drammatica e tensiva, è da anni una delle più apprezzate interpreti mondiali dell'opera di Brecht e Kurt Weill. Qui, Living in the Heart of the Beast da In Praise of Learning, un episodio dal fortunato album con gli Henry Cow, http://www.youtube.com/watch?v=CxkDtA711aA e l'incredibile Freedom da The World as it is Today degli Art Bears http://www.youtube.com/watch?v=Zdt6wtuDDpg.
Catherine Jauniaux è fenomeno vocale assai particolare, che ha indagato antropologicamente lo studio di fonazioni di tutto il mondo senza sosta, raggiungendo risultati tecnici stupefacenti, pur con un timbro non sempre gradevolissimo e con qualche problema di tenuta del suono, cosa paradossale se associata a tanta conoscenza delle modalità di emissione più estreme e dimenticate, ma anche caratteristica sua e scelta non priva di fascino naif.
Ha all'attivo pochi lavori il più grande dei quali è una vera e propria antologia di quello che si può fare con la voce in ogni latitudine del mondo ed è considerato, a ragione, uno dei dischi più belli dell'avanguardia di sempre. Si chiama Fluvial (1983). Da esso: http://www.youtube.com/watch?v=D5Y3SH5_QIk, qui una significativa performance dal vivo http://www.youtube.com/watch?v=0EkopwvUFuc.
Il post punk produceva intanto vocalità assai significative nel rapporto all'idea di nuova vocalità, Lisa Gerrard, in particolar modo, eccezionale contralto con una grande padronanza dei canali di risonanza e abilità nell'emissione di suoni vicini al canto est europeo, medio orientale ed orientale, ben fusi con istanze medievali europee come testimoniato da Persephone http://www.youtube.com/watch?v=IjihDvgCQcI, brano che chiude il capolavoro Within the Realm of a Dying Sun (1987) della band a cui dà voce, i Dead Can Dance, o Cantara http://www.youtube.com/watch?v=BNxa0odpCJU dallo stesso lavoro. In Italia allo stesso fenomeno, in chiave electro pop, aderiva il grande talento di Antonella Ruggiero, soprano leggero, dalla grande estensione, controllo e bellezza timbrica (indimenticabili alcune sue performance con i Matia Bazar, come Ti Sento e soprattutto C'è Tutto un Mondo Intorno http://www.youtube.com/watch?v=iAUSGv7PCZE ), capace di “scivolare” su frequenze da contralto per risalire su tessiture da soprano di coloritura, affrontando repertori tra i più disparati, dal pop a quello sacro, fino ad approdare ad emissioni orientali negli ultimi anni di carriera solista con il notevole Luna Crescente-Sacrarmonia del 2001, qui di seguito, Nuova Terra, da Libera del http://www.youtube.com/watch?v=imWcVzCKYqw  del 1996.
In est Europa emergeva intanto il gran talento di Iva Bittova, cantante e violinista Ceca che ha fuso nell'arco della sua carriera musica classica contemporanea e folk est europeo, passando indistintamente attraverso le poetiche del suono e del rumore. Dotata di una grandissima estensione vocale naturale, ha approfondito lo studio fonatorio riuscendo ad emettere con ogni tipo di suono, dal grugnito al soffio, passando per profondi kargyraa e suoni di fischio associati a quelli di un violino martoriato quanto capace di commuovere. Il tutto con un fare minimalista, mai stucchevole. La fusione naturale tra Laurie Anderson e Diamanda Galas, con un carattere balcanico. Tra i suoi album più apprezzati, Iva Bittova (1991) e Bittova and Fajt (1987), qui di seguito una significativa performance: http://www.youtube.com/watch?v=6eWIlcyqA-4 .
Il livello di consapevolezza e abilità tecnica viene intanto spostato un ulteriore passo in avanti dal genio vocale di Bobby Mc Ferrin, più che un cantante jazz un'autentica macchina timbrica capace di salti di ottava (dalle frequenze del basso profondo a quelle del sopranista leggero) nell'arco di un microsecondo, senza alcuna minima alterazione di intonazione, di suoni percussivi (beatboxing) e orchestrali emessi con la voce e attraverso l'attivazione di casse di risonanza corporee (petto in particolar modo) Qui un esempio http://www.youtube.com/watch?v=81uJZIF9TCs . Abilissimo intrattenitore live, Mc Ferrin farà del canto in maniera assolutamente serena, un'arte ginnica lieve, piacevole e sorprendente come nessun'altra, creando un'autentica scuola mondiale che sposterà in una dimensione meno europea e tensiva l'intenzione della nuova vocalità, ora sposata all'idea di “good vibrations” più che ai suoni spesso disarticolati e fastidiosi delle avanguardie europee. Il suo album Circlesong del 1996 diventerà prestissimo un'ossessione per molti cantanti mondiali di ricerca aprendo nuove strade alla ricerca vocale. In particolar modo in chiave ritmica e nell'improvvisazione di gruppo.
Gli anni '90 sono di fatto l'affermazione e del riconoscimento a livello mondiale di diverse scuole non liriche, il Voice Craft e il Metodo Funzionale di Gisela Rohmert, giusto per citare un paio che diventerebbero centinaia soltanto ad elencarle. Il successo del film Farinelli (1995) porta alla ribalta l'interesse per la vocalità di controtenore, con autentiche “macchine da guerra” dell'ugola come Aris Christofellis http://www.youtube.com/watch?v=lO71XQEvKoQ , Angelo Manzotti http://www.youtube.com/watch?v=CsXstaVJDX8 , Radu Marian, Philippe Jaroussky, ben presto rimpiazzati relegati da critica e pubblico a “moda del momento”, a favore di ben più fortunati mezzo-soprani come la giustamente celebrata Cecilia Bartoli http://www.youtube.com/watch?v=rISjBGOtHhs . Anche il rock paga tributo a quest'estetica con l'angelica voce di Jeff Buckley che si cimenta in riletture di Henry Purcell http://www.youtube.com/watch?v=Y11AMsuh6Ls e Benjamin Britten http://www.youtube.com/watch?v=lgh-KNz7Vjw mentre consegna alla storia il suo capolavoro di poesia rabbiosa e indifesa di nome “Grace” (1994).
Negli stessi anni si afferma la vocalità surreale, teatrale e rumorista di Phil Minton, anche attore e doppiatore, in grado di riprodurre una quantità di suoni paragonabile a quella di un campionatore umano. Per Minton la voce è un gioco egregio, assai lontano dalle istanze europee. E'motore di uno degli album più importanti di sempre in ambito di nuova vocalità: Five Men Singing del 2004, con Jaap Blonk, Koichi Makigami, Paul Dutton e David Moss: http://www.youtube.com/watch?v=9gLU4OL7SAc .
Il mondo dell'heavy metal che aveva trovato l'estremo nei '70 laddove qualcuno aveva già bussato, nell'uso isterico del falsettone rinforzato (Gillan e Plant docet), negli anni '90 trova invece delle soluzioni inedite con le tecniche dello screaming e del death growl che vedranno in Mike Patton massimo e più completo interprete. Vocalist assai eclettico e carismatico, capace di passare nell'arco di uno stesso brano da frequenze da crooner a potentissimi acuti in falsetto, da suoni ritmici (è considerabile in materia un autentico fenomeno) ad altri atmosferici, è uno dei più grandi innovatori vocali di sempre, non a caso a corte di un genio quale è John Zorn. Tra i suoi lavori più significativi, Mimicry (1998), Delirium Cordia (con in Fantomas – 2004) , Disco Volante (con i Mr Bungle – 1995). Qui con i Tomahawk: http://www.youtube.com/watch?v=LxNDKsyvMOI .
Dagli Stati Uniti arriva invece il ritualismo ossessivo di Arrington De Dionyso. Figura unica nel contesto degli anni '90, ha approfondito in maniera inedita il legame tra il canto rituale delle popolazioni dell'Eurasia e quello Europeo di tradizione post punk. E' il massimo esperto occidentale di kargyraa ma è capace di un'estensione assai importante che raggiunge frequenze davvero inquietanti per una voce maschile con il whistle register, passando con naturalezza dal registro di basso a quello di tenore, con assoluta padronanza del canto armonico. Tra i dischi più significativi, con gli Old Time Relijun, Uterus and Fire (1999), da solista: Suara Naga (2011). Da Uterus and Fire, http://www.youtube.com/watch?v=WYLjhZTgVPg .
Da segnalare anche l'enorme potenziale del soprano d'agilità Viviane Houle, autrice del magnifico Treize (2009), dove l'artista canadese, con estrema sensibilità estende naturalmente il suo canto sulla sesta ottava ed esprime in whistle schegge di suono da autentico delfino sulla settima ed ottava, il tutto con grande partecipazione drammatica ed un colore timbrico unico, qui in un brano del collettivo InSonar https://soundcloud.com/claudio-milano/insonar-gallia-1-feat-viviane .
Mentre la cultura occidentale si muove altrove per trovare soluzioni vocali inedite (la ricerca metodica di Roberto Laneri http://www.youtube.com/watch?v=XUq4AbzQqu0 ), altrettanto accade con culture extraeuropee che si sono mosse negli ultimi decenni verso le nostre latitudini per creare interessanti ponti comunicativi, capaci di espandere le potenzialità dello strumento voce, dal canto microtonale indiano di Amelia Cuni http://www.youtube.com/watch?v=O-MJUcxriF8 , al qawwali del compianto Nusrat Fateh Ali Khan http://www.youtube.com/watch?v=GvQVxrMZB18 , al canto difonico di Albert Kuvezin http://www.youtube.com/watch?v=RPDBDBiaX7E e Sainkho Namtchylak http://www.youtube.com/watch?v=KG5xofNbP9M , la fusione di linguaggi diventa sempre più varia, complessa e completa.
In un periodo storico di ritorno di fiamma per le voci di carattere (Antony, Asaf Avidan) e mentre sulla scia di vocalità come quelle di Mariah Carey e Georgia Brown, la nuova frontiera appare l'esasperazione del suono di fischio aspirato e in fraseggio, approdato anche nei talent show nostrani con la bella vocalità di Erika Biavati http://www.youtube.com/watch?v=4C6jHDdpLVs ,il ruolo dell'Italia in materia rimane ancora essenziale grazie a personalità assai importanti.
John De Leo, ex Quintorigo (con cui realizza tre album eccellenti Rospo, Grigio, In Cattività) due volte premio della serissimo e fumettoso scalatore di ottave e indagatore di timbri e suoni, è probabilmente al momento l'interprete tecnicamente più capace al mondo in quanto a possibilità timbriche e ritmiche, perfetta sintesi dei percorsi di Stratos e Mc Ferrin http://www.youtube.com/watch?v=Ak94mZuGYHs
Romina Daniele, voce assai carismatica, dei piani sensibili, capace di smembrare in diffrazioni armoniche e contemplative l'espressionismo della Galas
Cristina Zavalloni, probabilmente la più grande cantante di classica contemporanea nel mondo. Soprano dall'incredibile duttilità vocale è l'erede diretta di Cathy Berberian, ma ha un carattere suo senza paragoni possibili. Ha cantato le cose più difficili da cantare, si è confrontata con la classica, il jazz, la musica etnica, il pop. Per lei hanno scritto i massimi compositori contemporanei.
Katya Sanna, voce preziosissima dall'impressionante gamma tonale che spazia da registri praticamente maschili a suoni di fischio adamantini, con un carattere assolutamente incantevole. Di lei, da segnalare il bellissimo “Il chiarore sorge due volte” (1995) con i Dunwich
Petra Magoni, soprano d'agilità con ottima preparazione nell'esecuzione del registro di fischio, è voce dotata di un carattere brillante davvero singolare
Oskar Boldre, massimo esperto italiano nell'uso del canto armonico, voce duttilissima, qui con Mc Ferrin
Patrick Fassiotti, esperto nell'uso del canto armonico quanto dotato di un timbro più che raro

Particolare interesse ha suscitato negli ultimi anni una manifestazione in onore di Stratos, nota appunto come Omaggio a Demetrio Stratos e fondata dal suo ex allievo Raffaello Regoli, qui una sua affascinante incisione http://www.youtube.com/watch?v=6orOOQwu3Ws.  Oltre alla figura di Regoli stesso e sotto la guida di Tran Quang Hai, dalla manifestazione hanno mosso i loro percorso voci davvero eccezionali che hanno portato un passo oltre il percorso del maestro di Alessandria d'Egitto, fondendo le sue ricerche con quelle di Mc Ferrin e di scuole ben più recenti, tra queste quelle di Renato Miritello http://www.youtube.com/watch?v=a6blNTvmbtQ, Boris Savoldelli, Albert Hera, http://www.youtube.com/watch?v=4n8EoII5ch8 il dadaismo del collettivo Flusso del Libero Suono http://www.youtube.com/watch?v=908xRZs7rgc. Quest'anno la serata conclusiva della Rassegna si terrà il 22 Giugno nel piazzale delle Lampare a Castel di Tusa (ME)... la storia continua.

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