martedì 20 gennaio 2026

PFM e Arti & Mestieri: accadeva nell'ottobre del 1974-Il ricordo di Beppe Crovella

PFM on stage 1976

 

Ottobre 1974, parte il Tour della Premiata Forneria Marconi con gli Arti & Mestieri, gruppo "supporter".

La PFM era agli "albori", e per il gruppo torinese di Beppe Crovella & Co. fu l'occasione per farsi conoscere dal grande pubblico.

Di tutto un Pop…

Wazza

Arti & Mestieri  1974

 

«La nostra casa discografica era la Cramps, la guidava Franco Mamone, che era anche il manager della Premiata Forneria Marconi. Fu lui a scegliere gli Arti & Mestieri come gruppo spalla da far scoprire all’Italia».

Nel racconto del primo viaggio c’è tutto lo spirito di quel periodo: «La tournée iniziava da Palermo, così partimmo in furgone, un Transit, verso la Sicilia. Viaggiamo dalle 22 del sabato sera alle 10 del lunedì mattina; alle 17 eravamo sul palco del teatro per il primo dei due concerti del giorno. Nelle sale si faceva la doppia, mentre nei palazzetti dello sport la serata era unica».

Era il 1974, e sulla mappa di un tour del genere non poteva mancare il Palasport del Parco Ruffini, dove il gruppo di Crovella fece gli onori di casa e il pubblico straripava: «La capienza era intorno ai seimila spettatori, ma quella sera erano novemila. Il rock cosiddetto progressive andava forte in Italia, più che in altri paesi».

Lo confermarono alcuni incontri ravvicinati che gli Arti & Mestieri ebbero in quel periodo: «I Gentle Giant a Torino restarono a bocca aperta, in Inghilterra erano abituati a esibirsi in club da 300 persone, qui si trovarono di fronte una marea di migliaia e migliaia di fan».

 

Gli stranieri si passavano la parola, a volte le loro tournée italiane partivano da spazi periferici, per poi dilagare al secondo giro. 

«I Genesis, per esempio, li vidi la prima volta alla Rotonda di Cuorgnè; i concerti successivi avrebbero riempito all’inverosimile il solito Palazzetto».

Con le prime contestazioni: «Gli autoriduttori iniziarono a farsi sentire a metà decennio, eppure per le band anglosassoni l’Italia restava una meta privilegiata grazie ai numeri da capogiro degli spettatori che accorrevano ad ascoltarli».

Tra Arti & Mestieri e PFM i rapporti erano ottimi: «L’appuntamento sicuro era per mangiare tutti insieme nel dopo concerto, ma prima di ogni show Franz Di Cioccio veniva nel nostro camerino a chiacchierare. Per noi inoltre era molto istruttivo lavorare con i loro tecnici, gli inglesi della Manticore, l’etichetta di Emerson, Lake & Palmer. Andammo vicini a firmare un contratto del genere anche noi, ma i management non si accordarono». 

Oltre che di tecnici, era una questione di strumenti: «Una volta il loro tastierista Flavio Premoli mi fece adoperare il suo organo, un’altra capitò che lasciarono uno strumento prezioso, il Mellotron, al Teatro Valdocco. Anni dopo, quando dopo un periodo di silenzio riformammo gli Arti & Mestieri, andammo a cercarlo, ma non c’era più».

Resta in rete una puntata di Speciale per voi, di Renzo Arbore, in cui il popolare showman mostra lo strumento della PFM e ne illustra il funzionamento.

La simbiosi tra le due formazioni avrebbe fruttato anche all’estero: «Debuttammo con la PFM laggiù, piacemmo e da quella serata scaturirono altri tre tour degli Arti & Mestieri».

Beppe Crovella

 


lunedì 12 gennaio 2026

PFM: accadde l'8 gennaio del 1976

Sicuramente i componenti della P F M non avranno dimenticato l'8 gennaio 1976, giorno in cui al Palazzo dello Sport di Roma si tenne un concerto per sostenere "la resistenza Palestinese", con la presenza di Di Cioccio e soci.

Nobile gesto, ma la band - in procinto di effettuare un grande tour nel Nord America con artisti del calibro di Peter Frampton, Santana, Chicago -, si vide "revocato" il contratto, perché molti manager americani di origine israeliana non videro di buon occhio questo schierarsi a favore dell'OLP Palestinese.

In parole povere furono banditi dai circuiti rock americani e persero, forse, l'occasione di diventare in quel momento delle rock star a livello mondiale!

Chapeau alla Premiata per la loro coerenza!

Proprio in quel periodo (1975-1976), la PFM ebbe alcuni problemi di censura e distribuzione negli Stati Uniti a causa della copertina di Chocolate Kings (che raffigurava una bandiera americana stropicciata che avvolgeva un cioccolatino a forma di lingua) e delle loro posizioni critiche verso la politica estera statunitense. Questo conferma che il loro impegno non era solo locale, ma faceva parte di una visione del mondo piuttosto definita.

Wazza





lunedì 5 gennaio 2026

Bernardo Lanzetti: la voce che anticipa il futuro



Ci sono momenti dell’anno in cui si sente il bisogno di fermarsi, guardare indietro e capire cosa portare con sé nel tempo che arriva. Per me, questo passaggio non è mai solo un esercizio di bilanci: è un modo per riconnettermi alle persone e alle storie che hanno attraversato il mio cammino. E tra queste, da tanti anni, c’è Bernardo Lanzetti.

Ho avuto il privilegio di conoscerlo da vicino, di collaborare con lui, di custodire e ordinare parte del suo archivio come si fa con qualcosa di vivo, che respira e continua a trasformarsi. Le parole che seguono non nascono quindi da un sentito dire, ma da un percorso condiviso, da conversazioni, da registrazioni ascoltate mille volte, da appunti, fotografie, bozze, idee. E da quella voce che, ogni volta, sorprende come la prima.

È per questo che, nel chiudere un anno e aprirne un altro, sento che parlare di lui non è solo un omaggio: è un modo per ricordare che la creatività non conosce stagioni, e che esistono voci capaci di attraversare il tempo senza esserne travolte.

Ci sono interpreti che seguono il tempo, altri che lo inseguono, e poi c’è chi, come Bernardo Lanzetti, sembra vivere in un punto di intersezione dove passato e futuro si scambiano continuamente di posto. La sua voce - quel timbro inconfondibile, elastico, capace di passare dal graffio al cristallo - non è mai stata solo uno strumento. È un laboratorio. Un luogo di ricerca. Una lente attraverso cui osservare l’evoluzione del rock progressivo italiano e, allo stesso tempo, la metamorfosi di un interprete che non ha mai smesso di reinventarsi.

Lanzetti non ha mai trattato la voce come un semplice mezzo espressivo. Per lui è un organismo in continua mutazione, un territorio da esplorare con la stessa curiosità con cui un pittore studia la luce o un artigiano ascolta il suono del legno. Negli anni Settanta, quando il prog italiano cercava una sua identità, Bernardo portava già un’idea diversa: la voce non doveva solo “cantare”, ma costruire mondi.

Il suo vibrato, le sue inflessioni anglosassoni, la capacità di piegare la melodia come fosse un metallo incandescente: tutto questo non era un vezzo stilistico, ma una dichiarazione d’intenti. Era la prova che il rock progressivo poteva essere internazionale senza perdere radici, e che la vocalità poteva diventare un linguaggio autonomo, non subordinato alla struttura del brano.

Molti ricordano Lanzetti per le sue stagioni storiche – Acqua Fragile, PFM, i progetti solisti – ma ciò che colpisce davvero è la sua continuità evolutiva. Mentre altri artisti si adagiano sulla nostalgia, Bernardo ha sempre preferito la sfida. Ha sperimentato con l’elettronica, con la spoken voice, con la performance teatrale, con la manipolazione timbrica. Ha trasformato la maturità in un vantaggio creativo, non in un limite.

Ogni suo progetto recente – dai lavori più sperimentali alle collaborazioni trasversali – porta con sé un’idea precisa: la musica non è un archivio, è un organismo vivo. E lui continua a dialogarci come un ricercatore che non ha mai smesso di fare domande.

C’è un aspetto che spesso passa sottotraccia: Lanzetti è diventato, negli anni, un punto di riferimento per una nuova generazione di musicisti che vede in lui non solo un maestro, ma un esempio di libertà artistica. Non è raro incontrare giovani cantanti che studiano il suo fraseggio, o chitarristi che citano i suoi lavori come fonte di ispirazione.

La sua presenza nei festival, nei progetti collettivi, nelle collaborazioni con artisti emergenti dimostra una cosa semplice ma rara: Bernardo non è un monumento, è un compagno di viaggio. Uno che non si mette su un piedistallo, ma che continua a camminare accanto alla musica, con la stessa curiosità di sempre.

In un’epoca in cui la musica sembra consumarsi alla velocità di un feed, Lanzetti rappresenta un’altra possibilità: quella di un’arte che cresce, che si approfondisce, che non teme il tempo ma lo attraversa. Raccontarlo oggi significa ricordare che la creatività non è un lampo isolato, ma un percorso. E che la voce – la sua voce – continua a essere una delle più riconoscibili, coraggiose e visionarie del panorama italiano.

Bernardo Lanzetti non è solo un capitolo della storia del prog. È una storia che continua a scriversi, ogni giorno, con la stessa intensità di sempre.

Athos Enrile