Ho avuto il privilegio di conoscerlo da vicino, di
collaborare con lui, di custodire e ordinare parte del suo archivio come si fa con
qualcosa di vivo, che respira e continua a trasformarsi. Le parole che seguono
non nascono quindi da un sentito dire, ma da un percorso condiviso, da conversazioni,
da registrazioni ascoltate mille volte, da appunti, fotografie, bozze, idee. E
da quella voce che, ogni volta, sorprende come la prima.
È per questo che, nel chiudere un anno e aprirne un altro,
sento che parlare di lui non è solo un omaggio: è un modo per ricordare che la
creatività non conosce stagioni, e che esistono voci capaci di attraversare il
tempo senza esserne travolte.
Ci sono interpreti che seguono il tempo, altri che lo inseguono, e poi c’è chi, come Bernardo Lanzetti, sembra vivere in un punto di intersezione dove passato e futuro si scambiano continuamente di posto. La sua voce - quel timbro inconfondibile, elastico, capace di passare dal graffio al cristallo - non è mai stata solo uno strumento. È un laboratorio. Un luogo di ricerca. Una lente attraverso cui osservare l’evoluzione del rock progressivo italiano e, allo stesso tempo, la metamorfosi di un interprete che non ha mai smesso di reinventarsi.
Lanzetti non ha mai trattato la voce come un semplice mezzo
espressivo. Per lui è un organismo in continua mutazione, un territorio da
esplorare con la stessa curiosità con cui un pittore studia la luce o un
artigiano ascolta il suono del legno. Negli anni Settanta, quando il prog
italiano cercava una sua identità, Bernardo portava già un’idea diversa: la
voce non doveva solo “cantare”, ma costruire mondi.
Il suo vibrato, le sue inflessioni anglosassoni, la capacità
di piegare la melodia come fosse un metallo incandescente: tutto questo non era
un vezzo stilistico, ma una dichiarazione d’intenti. Era la prova che il rock
progressivo poteva essere internazionale senza perdere radici, e che la
vocalità poteva diventare un linguaggio autonomo, non subordinato alla
struttura del brano.
Molti ricordano Lanzetti per le sue stagioni storiche – Acqua
Fragile, PFM, i progetti solisti – ma ciò che colpisce davvero è la sua continuità
evolutiva. Mentre altri artisti si adagiano sulla nostalgia, Bernardo ha sempre
preferito la sfida. Ha sperimentato con l’elettronica, con la spoken voice, con
la performance teatrale, con la manipolazione timbrica. Ha trasformato la
maturità in un vantaggio creativo, non in un limite.
Ogni suo progetto recente – dai lavori più sperimentali alle
collaborazioni trasversali – porta con sé un’idea precisa: la musica non è un
archivio, è un organismo vivo. E lui continua a dialogarci come un ricercatore
che non ha mai smesso di fare domande.
C’è un aspetto che spesso passa sottotraccia: Lanzetti è
diventato, negli anni, un punto di riferimento per una nuova generazione di
musicisti che vede in lui non solo un maestro, ma un esempio di libertà
artistica. Non è raro incontrare giovani cantanti che studiano il suo
fraseggio, o chitarristi che citano i suoi lavori come fonte di ispirazione.
La sua presenza nei festival, nei progetti collettivi, nelle
collaborazioni con artisti emergenti dimostra una cosa semplice ma rara:
Bernardo non è un monumento, è un compagno di viaggio. Uno che non si mette su
un piedistallo, ma che continua a camminare accanto alla musica, con la stessa
curiosità di sempre.
In un’epoca in cui la musica sembra consumarsi alla velocità
di un feed, Lanzetti rappresenta un’altra possibilità: quella di un’arte che
cresce, che si approfondisce, che non teme il tempo ma lo attraversa.
Raccontarlo oggi significa ricordare che la creatività non è un lampo isolato,
ma un percorso. E che la voce – la sua voce – continua a essere una delle più
riconoscibili, coraggiose e visionarie del panorama italiano.
Bernardo Lanzetti non è solo un capitolo della storia del prog. È una storia che continua a scriversi, ogni giorno, con la stessa intensità di sempre.
Athos Enrile
