domenica 20 giugno 2021

Qualche testimonianza dell'evento pittorico del 19 giugno a Castiglione del Lago

Come preannunciato, Bernardo Lanzetti ha proposto la sua arte pittorica il 19 giugno a Castiglione del Lago:

https://bernardolanzetti.blogspot.com/2021/06/bernardo-lanzetti-propone-la-sua-arte.html


Ecco alcuni scatti relativi all’evento:

 Amnerys Bonvicini, Simona Izzo, Bernardo, Ricky Tognazzi e la "host" Paola Butali

Le opere inserite nel nuovo album "Horizontal  Rain"

Bernardo alla chitarra e Luca Giuliani al pianoforte

Bernardo in acustico...





mercoledì 16 giugno 2021

Bernardo Lanzetti propone la sua arte pittorica il 19 giugno, Castiglione del Lago

Sabato 19 giugno, presso il resort La Cerreta, Umbria, noto per ospitare opere e allestimenti di artisti contemporanei, Bernardo Lanzetti esporrà alcune sue opere, tra cui le stampe dei disegni presenti nel libretto di Horizontal Rain.



 

venerdì 11 giugno 2021

“Heck Jack”, il video di Bernardo Lanzetti estratto dall'album "Horizontal Rain"


È stato rilasciato da pochi giorni l’album “Horizontal Rain”, di Bernardo Lanzetti, la cui descrizione è fruibile nei particolari cliccando sul link seguente:

https://bernardolanzetti.blogspot.com/2021/05/bernardo-lanzetti-horizontal-rain.html

Dal disco viene oggi estrapolato un brano proposto in video, “Heck Jack”.


Qualche nota relativa al brano…

Heck Jack" è il brano Rock-Soul dell'album “Horizontal Rain”. Nato da un'idea di testo dell'amico londinese Peter J. Marmot, la musica di Bernardo si è prima giovata della collaborazione di Andrea Cervetto e Jonathan Mover. In corso d'opera, questi ha coinvolto Tony Levin con il suo inconfondibile Stick. Bernardo ha cantato nello studio spagnolo di Kim Chandler che ha aggiunto la propria energizzante vocalità. Vista la qualità raggiunta, il produttore Dario Mazzoli ha voluto i fiati arrangiati da Giancarlo Porro, ovvero Alberto Napolitano al trombone e Marco Brioschi alla tromba.

“OK, abbiamo la musica ma ora dobbiamo fare il video...”

Primavera 2021, con le difficoltà logistiche nazionali e internazionali, Bernardo e sua moglie sono in Sicilia, a Marina di Ragusa. Villa Criscione, una costruzione con 300 anni di storia, immersa nella campagna di Marina di Ragusa, è uno scenario fantastico reso disponibile dal proprietario, Dott. Giorgio Criscione.

Un suo antenato, che amava viaggiare in angoli remoti del globo, era solito ritornare alla villa con reperti esotici e singolari. Quattro camere arredate, curate e arricchite da questi oggetti sono divenute lo scenario del video di Heck Jack!

Il testo parla della rivincita dell'interprete rispetto a tale Jack, un prevaricatore e comunque un personaggio che, per meriti, a suo dire, acquisiti, si sente autorizzato a disturbare, bullizzare e opprimere.

È giunta l'ora - che diamine! - di darci un taglio.

Lo script del video, che deve fare i conti con l'impossibilità di avere in un solo luogo tutti gli strumentisti è dello stesso Bernardo. I costumi di scena sono di Amnerys Bonvicini. Gli operatori video sono Beppe Grasso, Igor Zilioli e Marco Fiocchi.

La produzione è di Dario Mazzoli. Curioso è riportare la sua perplessità sul fatto di girare quasi tutto in interni e la sua sorpresa ed entusiasmo nel vedere i risultati finali!

Il ballo, o comunque scene di movimento agitato, sono state invocate per sopperire all'impossibilità di avere una band da filmare.

Il recente recupero digitale di un filmino in super 8, originale degli anni '60, dove Bernardo adolescente in Texas si cimenta in un ballo, forse denominato "jerk", ha ispirato le altre scene danzanti del video che fa dell'ironia una delle sue armi vincenti!

Non resta che guardare e ascoltare!





lunedì 7 giugno 2021

Fabio Zuffanti intervista Bernardo Lanzetti per la rivista Rolling Stone


A lezione di storia del prog con Bernardo Lanzetti

Il provino per entrare nella PFM, l’avventura americana, le svolte e gli scazzi, le occasioni perse perché i discografici non sapevano l’inglese, il rapporto coi grandi musicisti, il nuovo album ‘Horizontal Rain’

 Di FABIO ZUFFANTI


ARTICOLO ORIGINALE SU ROLLING STONE ITALIA


Bernardo Lanzetti ha attraversato la storia del prog italiano, prima con l’Acqua Fragile e poi con la Premiata Forneria Marconi, apponendo la sua firma vocale in dischi fondamentali quali Chocolate Kings, Jet Lag e Passpartù. Poi la carriera solista, mille altre collaborazioni e ora un nuovo album: Horizontal Rain, sorta di summa del suo percorso artistico. Ne parliamo in un’intervista nella quale non tralascia di svelare aneddoti e inediti particolari del suo rapporto con la PFM.

 


Horizontal Rain è un disco prog alla tua maniera: passatista e futurista allo stesso tempo. Sei d’accordo con questa definizione?

Direi di sì, in realtà è l’unione di due o tre progetti ai quali lavoro da qualche anno, nove brani sotto l’egida di un certo tipo di prog a 360 gradi che ho costruito attorno alla mia sensibilità e alla mia voce. Prog inteso come veicolo per sperimentare forme diverse, alternative, di canzone. La sperimentazione è a mio avviso ciò che unisce tutti gli artisti che si dedicano a questo genere; chi sperimenta attraverso la musica classica, chi attraverso il jazz, la contemporanea…. I più bravi riescono a mischiare il tutto.

Nel disco ci sono 19 musicisti, con tanto di sezione fiati e coro. Spiccano inoltre gli ospiti internazionali.

Sì, c’è Jonathan Mover, batterista che ha suonato con i GTR di Steve Hackett e Steve Howe, con i Marillion, Joe Satriani, Aretha Franklin… Jonathan mi ha sottoposto tutta una serie di idee che hanno contribuito a far funzionare ancora più i brani. Poi c’è Tony Levin che aveva pochi giorni liberi, ma dopo avere ascoltato le canzoni ha deciso immediatamente di lavorarci, una cosa molto bella da parte sua. Tra l’altro le stesse canzoni erano già state suonata da un bassista molto bravo, ma quando Tony vi ha aggiunto il suo stick le ha letteralmente capovolte, incredibile. In seguito, ci siamo incontrati nel camerino durante un concerto dei suoi Stick Men e mi ha offerto un sandwich col salame, scusandosi del misero trattamento a causa di un tour a basso budget (ride). Sul versante degli inglesi ci sono David Cross dei King Crimson e David Jackson dei Van Der Graaf Generator, che con il suo sax baritono ha sostituito il basso in un pezzo.

A proposito degli ultimi due, hai mai avuto occasione di dividere il palco con loro durante gli anni ’70?

In realtà no, anche se nei ’70 sono venuto a contatto con alcuni musicisti dei King Crimson. Dovevo cercare di incontrare Peter Sinfield per chiedergli il permesso di pubblicare il brano con il suo testo. Chiesi a Greg Lake, che in quel periodo frequentavo, il quale mi disse che Sinfield era andato ad abitare fuori Londra e che stava conducendo una vita eremitica a causa di una serie di problemi di depressione, non rispondendo nemmeno più al telefono. Si faceva consegnare ogni giorno tutti i quotidiani e li sparpagliava per terra al fine di trovare ispirazione. Parlando con David Jackson un giorno scopro che questi si è da poco trasferito nella stessa località dove abita Sinfield e che sua figlia, una cantante jazz, ogni tanto va a trovarlo. Così ho fatto in modo di recapitare un CD con il brano a David che lo ha passato a sua figlia. Questa un giorno in macchina con Peter mette il CD senza dirgli nulla e lui rimane piacevolmente stupito di sentire il suo testo in una canzone sconosciuta. Da lì ho ottenuto la sua approvazione. La canzone è Rain Drops ed è uscita in A New Chant, l’album della reunion dell’Acqua Fragile.

Il tuo cammino musicale inizia negli Stati Uniti quando eri ragazzo, un’esperienza che ti ha permesso di imparare l’inglese con il quale ti sei espresso vocalmente in maniera perfetta.

Sì, ebbi modo di passare un periodo negli Stati Uniti grazie a una borsa di studio, totalmente isolato dalle comunità italo-americane, l’unico contatto che mi rimaneva con l’Italia erano le lettere che mi spediva mia madre. Mi immersi a tal punto che vidi il mio italiano peggiorare di mese in mese a favore dell’inglese. Nella famiglia presso cui stavo c’era un ragazzo che per combinazione faceva il musicista e che in seguito mi avrebbe rivelato diverse verità sul mondo discografico americano, gestito nella quasi totalità da italo-americani. Prince, per dire, aveva tre manager: Ruffolo, Cavallo e Faregnuoli, uno dei capi del colosso Atlantic era tale De Antonio. Gli italo-americani hanno finanziato anche il mercato italiano: Celentano e Mina, per esempio, avrebbero dovuto avere successo anche negli Stati Uniti, ma poi per la loro paura di volare non hanno mai approfittato dell’occasione.

Come fu preso dal pubblico americano Chocolate Kings, con tanto di bandiera a stelle e strisce accartocciata in copertina?

Guarda, io sono entrato nella band tre giorni prima che entrassero in studio a registrare. Mauro Pagani aveva lavorato a tutti i testi tranne uno, Out of the Roundabout, che poi ho scritto io, con Marva Jan Marrow, cantante e poetessa statunitense che spesso ci dava una mano con le parole. La stessa Marrow rivelerà più tardi che alla fine agli americani non interessava che qualcuno dal di fuori venisse a dir loro quali erano i difetti della nazione. Un conto è se lo faceva Bob Dylan, un conto un gruppo europeo, italiano. Non è che si siano arrabbiati, proprio non gli dettero peso. La copertina poi non fu un’idea della band, bensì della Manticore, e noi per contratto non potevamo mettere becco in tali scelte. Io comunque, come ti ripeto, sono arrivato quando già tutto era stato organizzato.

Da lì a poco poi Mauro Pagani abbandonerà soprattutto per ragioni legate al suo crescente impegno politico. Che rapporto avevate?

Io e Mauro vivevamo in una specie di comune, con dentro operai, letterati e artisti. Mauro abitava all’ultimo piano con la moglie. In questa casa ci fu una riunione col gruppo e Pagani comunicò la decisione di abbandonare la band. Rimasi scioccato dal fatto che nessuno spese una parola per fargli cambiare idea. Io del resto all’epoca non avevo un peso politico all’interno del gruppo, ero l’ultimo entrato. Poi la vita fino a quel momento era stata convulsa: avevo debuttato durante un tour giapponese, eravamo stati in Canada, in Inghilterra dove avevamo fatto 19 concerti in 20 città. E le poche volte in cui eravamo a casa io e Mauro non ci mettevamo certo a suonare o a parlare di musica, ogni tanto lui si estraniava, suonava l’armonica con quelli della comune, faceva blues, una delle sue prime passioni, e io non osavo disturbarlo. Era sempre più coinvolto nella politica e disse che se ne andava anche per fare un lavoro legato al gruppo culturale Santa Marta, mise su una sorta di scuola. Una cosa molto idealista, all’epoca le utopie avevano il loro peso.

Mi puoi raccontare la genesi del tuo coinvolgimento nella PFM?

Un giorno di ottobre mi convocarono in una discoteca nella quale dovevano fare un concerto. Al ristorante mi dissero che mi avrebbero voluto come cantante. Era appena uscito Mass Media Stars, il secondo album dell’Acqua Fragile, un disco in cui io credevo molto per il quale la PFM ci aveva promesso una distribuzione all’estero. Per cui io candidamente dissi: «Ah, bello, molto interessante. Datemi una settimana di tempo e vi do una risposta». E loro si offesero. Dopodiché con l’Acqua Fragile andammo in tour proprio di supporto alla PFM. Io ero meravigliato, nessuno parlava più dell’argomento finché venni a sapere che avevano contattato un altro cantante: Ivan Graziani, che all’epoca non era il cantautore che tutti conoscono, era un bravissimo chitarrista, un session man molto richiesto, un ottimo cantante che già suonava per divertimento con Flavio Premoli in un localino in Brera nel quale facevano pezzi dei Beatles. In seguito, capitò che la PFM dovesse fare una singola serata al Rainbow di Londra e lì incontrarono Greg Lake e Pete Sinfield, che gestivano la Manticore, l’etichetta che distribuiva i loro dischi all’estero. I due non furono esaltati da Graziani, secondo loro la band aveva bisogno di una voce più a suo agio con l’inglese, più potente e già avvezza con il prog. Successe così – questa cosa me l’hanno raccontata quindi prendila con il beneficio del dubbio – che al ritorno in albergo, dopo il concerto, Franco Mussida disse agli altri: «Voglio la testa di Bernardo» (ride). Mi mandarono quindi a chiamare per incontrarmi di nuovo e io immaginai che volessero darmi la notizia che Mass Media Stars aveva finalmente trovato una distribuzione internazionale. Così partii da Parma e arrivai a Milano con solo il giubbino e i pantaloni di jeans, la spazzola e i documenti. Venni fatto accomodare nell’ufficio del manager Franco Mamone e mi dissero che volevano essere sicuri che io potessi diventare il loro cantante. Io stupito dissi: «Ma come, tra tre giorni entrate in studio per registrare il nuovo disco dopo avere lavorato sei mesi con Ivan Graziani…?». «Tu non ci pensare», mi rispondono, «devi solo preoccuparti di cantare, debutteremo a Tokyo». Che potevo dire? «Va bene».

Lo step successivo era controllare le tonalità dei brani. Andai a casa di Mussida insieme a Premoli. Da poco Franco e sua moglie erano diventati genitori di due gemelli, e l’appartamento in cui vivevano era piccolo. Franco e Flavio accennarono i brani e nei momenti con le note più alte io le intonai alla mia portata, a un volume considerevole. Loro: «No, fai piano che poi i bambini si svegliano e i vicini protestano!». Che potevo fare? Presi un cuscino dal divano e feci tutto il provino cantando con la faccia schiacciata nel cuscino per ammortizzare il volume. Questa fu la mia audizione. Da quel momento cominciò l’avventura, mi trasferii a Milano e cominciammo a registrare, con la band che impiegava tre giorni per fare la base di un pezzo, mentre io in tre giorni dovetti cantare tutto l’album, comprese le doppie voci (ride).

Come la presero i ragazzi dell’Acqua Fragile?

Non molto bene, pensarono a un tradimento. In quel periodo aveva cominciato a suonare con noi anche Joe Vescovi, proveniente dai Trip, che si incazzò parecchio. In più era ospite a casa mia, ti lascio immaginare. Io però lasciai loro il nome e l’attrezzatura le cui cambiali era state firmate da me. Provarono con un sostituto ma presto si accorsero che mancava il motore che ero io. L’unica cosa che non facevo era guidare il camion, per il resto tenevo i rapporti con la casa discografica, scrivevo i testi, le musiche, gli arrangiamenti, coinvolgevo tutti… avevo fatto molto per l’Acqua Fragile. Per loro quindi non fu facile rimettersi in gioco, poi nel ’75 il prog entrò in crisi, cominciarono a subentrare i cantautori che erano molto più facili da gestire.

Quindi tu debuttasti dal vivo con la PFM non in un posto qualsiasi, ma a Tokyo?

Esatto. Visti i tempi stretti del mio ingresso nel gruppo, la Manticore non fece in tempo a divulgare foto della nuova formazione. Quando arrivammo a Tokyo chiaramente molti non sapevano chi fossi. Lì c’è un’usanza per la quale alla fine del concerto molti spettatori lanciano dei sacchettini di carta con dentro dei piccoli regali come origami, ciondoli… Uno lanciò un fumetto con le caricature e i nomi dei musicisti della PFM, sul mio c’era un punto interrogativo (ride). Comunque, arriviamo, decidiamo la scaletta che poi io avrei dovuto annunciare brano per brano mentre gli altri si accordavano o sistemavano i loro strumenti. Sta di fatto che io a un certo punto annuncio un brano al posto di un altro. Dovrebbe esserci anche una registrazione, un bootleg. Praticamente, si sente Mauro Pagani imprecare, qualcosa tipo «Porc… adesso quel pezzo dove lo mettiamo?». Io mortificato non potei fare altro che seguire la band che andò avanti saltando il pezzo che avevo scordato. Alla fine, andiamo in camerino e Pagani mi fa: «Bella la scaletta senza quel pezzo!».

L’anno successivo, dopo la partenza di Mauro, registraste negli USA Jet Lag, uno dei più tosti album jazz-rock-prog mai pubblicati in Italia. Con quel disco però il sogno americano della PFM sembra allontanarsi.

L’etichetta che lo pubblicò negli Stati Uniti, la Elektra, credeva molto in Jet Lag, ma come spesso accade c’erano diversi giochi di potere. Al presidente piacevamo molto, ai direttori artistici evidentemente no. Nonostante ciò, all’epoca facevamo faville, ai concerti veniva a vederci gente come Jaco Pastorius, i Return to Forever di Chick Corea, i Chicago… tutti a farci i compimenti, alcuni vedevano anche due show… Ma all’epoca non c’era internet, non c’erano i video, per farti conoscere dovevi girare tutti gli Stati Uniti, passare mesi con una diaria settimanale, mentre in Italia avevamo il nostro cachet fisso quando suonavamo. Sta di fatto che a un certo punto mettemmo ai voti se rimanere in America a spaccarci le ossa o tornare a casa. Io e un altro volevamo restare, ma la maggioranza decise di tornare.

Con “Passpartù” le sonorità tornano mediterranee, come andò il lavoro per quel disco?

Lì la band decise di rifondare il suo modo di suonare, facemmo diversi provini da sottoporre a chi si sarebbe dovuto occupare dei testi, per la prima volta un esterno alla band: Gianfranco Manfredi. A un certo punto io mi ammalai e la band continuò a comporre senza di me, quando tornai mi resi conto che i pezzi erano in tonalità non corrette per la mia voce. E non si poté fare nulla. Io rimasi mortificato… alla fine un brano venne tenuto strumentale, un altro lo cantò Mussida e altre cose non furono mai eseguite dal vivo. Mi ricavai però uno spazio in Fantalità, di cui scrissi il testo.

L’atmosfera stava diventando un po’ incandescente, mi sembra di capire.

Più che altro mi sentivo sottoutilizzato. Finivo i concerti e non ero neppure sudato, cominciavo a scaldarmi al terzo bis, quando tutti gli altri erano stanchi e scarichi, compreso il pubblico. Praticamente ero diventato il presentatore della band, annunciavo tutto, i brani cantati e quelli strumentali, poi andavo dietro le quinte ad aspettare che il pezzo finisse. A volte facevo ginnastica per cercare di sudare un po’. All’epoca avevamo aggiunto Roberto Colombo alle tastiere che mi diceva: «Bernardo, non devi sentirti emarginato, tu sei a tutti gli effetti uno della band più importante d’Italia». Poi però, durante l’esperienza con De André fu lui a venire emarginato, quindi mi disse: «Come ti capisco».

Durante il tour con De André tu facevi ancora parte della PFM, anche se chiaramente non partecipasti.

Quando la PFM andò in Sardegna a incontrare Fabrizio io ero con loro. Mentre gli altri parlavano del progetto con lui io mi appartai con suo figlio Cristiano a suonare i pezzi di Crosby, Stills & Nash (ride). Loro poi si imbarcarono in quel progetto e io ne approfittai per pensare a un disco solista, quindi la situazione prese una piega che in qualche modo portò al mio abbandono definitivo.

Con chi di loro legasti di più durante la tua permanenza?

Sicuramente con Flavio Premoli, uno che riesce a esprimersi nella sua totalità con la musica. Una volta in camerino prese in mano un violino, che non aveva mai suonato prima, se lo mise tra le gambe come un violoncello e, senza guardare lo strumento, suonò la melodia di uno dei brani dell’Acqua Fragile. Pazzesco. È in grado di suonare qualsiasi brano e strumento. Era anche il più dotato per il canto, solo che non gli piaceva, non aveva voglia di imparare i testi, per lui era una scocciatura. Questo vale per tutta la band, nessuno all’epoca era interessato a cantare, si esprimevano con gli strumenti.

Paradossalmente dopo la tua uscita il canto diventa invece preponderante nei nuovi dischi del gruppo, come giudichi questa sterzata?

Beh, sai, io ho preso la patente a 50 anni, e per certe cose non ho la dimestichezza di uno che guida da quando ha 18 anni. Lo stesso per la voce, se inizi a cantare dopo i 30 non puoi avere l’esperienza e la confidenza con la postura e la gola, per cantare tutte le sere. A parte questo c’è stato sicuramente un cambio di rotta e le cose che abbiamo fatto insieme non sono quasi più state recuperate dal vivo, anche perché non ce la facevano a riprodurre la mia tonalità.

Facciamo un deciso passo indietro, come era nata l’Acqua Fragile?

Su spinta soprattutto di Pagani e Mussida. Io, il batterista Piero Canavera e il chitarrista Gino Campanini suonavamo in un gruppo che si chiamava Gli Immortali, facevamo cover dei Gentle Giant, di Crosby, Stills & Nash, dei Jethro Tull… A un certo punto ci trovammo a fare da spalla alla PFM degli albori, anche loro dietro a tutta una serie di cover. Io già conoscevo Mauro Pagani che tempo addietro suonava con i Dalton e che era venuto a chiedermi consigli su quale cifra chiedere nei locali. Lui e Franco Mussida ci videro e ci dissero che secondo loro avevamo un potenziale notevole. Siccome avevamo anche due elementi che erano un po’ più grandi, ci chiesero di ringiovanire la band e di contattarli perché si stavano delineando tutta una serie di situazioni interessanti. A quel punto Gino Campanini chiamò due musicisti dal suo ex gruppo I Moschettieri, tastierista e bassista, e andammo a Milano per incontrare il manager Franco Mamone. A quel punto però non avevamo ancora un nome, così ognuno tirò fuori un’idea. Ricordo che ero in Galleria del Corso a Milano e mi venne questa idea di Acqua Fragile, per fortuna a Mamone piacque perché l’idea precedente era di chiamare la band Penthouse (ride).

A quel punto la PFM vi porta alla Numero Uno, l’etichetta di Battisti e Mogol…

Prima Mussida ci fece fare dei provini negli studi della Ricordi, per la quale loro avevano spesso lavorato in passato come session men. Poi ci indirizzarono al produttore Sandro Colombini. Io andai a casa sua e lui mi disse che i testi erano da rifare tutti in italiano, cosa che rifiutai categoricamente. A quel punto subentrò la Numero Uno, con Claudio Fabi alla produzione che già aveva lavorato ai primi due album della PFM. In realtà la Numero Uno non sapeva che noi cantavamo in inglese, un giorno uno dei responsabili venne ad ascoltare le registrazioni sulle quali stavamo lavorando e impallidì. All’epoca i gruppi che non cantavano in italiano erano malvisti, quindi ci spinsero a provare a fare delle versioni italiane dei nostri pezzi. Io a quel punto dissi che potevamo provare a fare un esperimento con un brano per vedere come suonava. Così chiamarono Bruno Lauzi affinché lavorasse al testo. Io stimavo moltissimo Lauzi, ma non ero convinto. Fortunatamente lo stesso Bruno alcuni giorni dopo parlò personalmente con i responsabili della Numero Uno dicendo: «Ragazzi, questa canzone è così bella in inglese, perché la volete rovinare?».

Incontraste anche Lucio Battisti?

Lo vidi solo di sfuggita un giorno, era venuto a fare dei provini in un piccolo studio. Era molto riservato, Mogol in un certo senso gli faceva da scudo.

Accettato il fatto che cantavate in inglese i lavori per il primo album procedettero spediti?

Macché, ai piani alti non si arresero, finite le registrazioni non si sentivano pronti a farlo uscire e fecero una riunione con i venditori, quelli che andavano nei negozi, prima che il disco uscisse, a convincere i negozianti a prenderlo. Il tutto senza preview, trailer o altro, erano questi venditori che dovevano convincerli, a volte inventandosi delle campagne promozionali. Comunque, fecero questa riunione, i venditori ascoltarono il disco e alla fine ci fu un applauso. A loro venne in mente una promozione speciale per i negozianti: per ogni dieci dischi di Lucio Battisti erano obbligati a prenderne anche uno dell’Acqua Fragile. Quindi il nostro disco omonimo uscì e fu presente praticamente ovunque, anche perché nessun negozio poteva esimersi dall’avere gli album di Battisti.

Come andò invece con Mass Media Stars?

Lì le cose mutarono un po’, il direttore artistico era cambiato e andammo incontro ai soliti problemi con l’inglese. Dopo averlo ascoltato, i dirigenti dissero che Mass Media Stars faceva venire il mal di testa. Quindi il disco si bloccò. Qui entrò in gioco Claudio Fabi che ci disse che sarebbe stato utile migrare alla Ricordi, dove era appena approdata anche Mara Maionchi che quindi avrebbe potuto facilitare il passaggio. La Ricordi ci accolse a braccia aperte e… affossò il disco. Ne uscirono 600 copie, il minimo contrattuale, quindi fu praticamente introvabile. In quel periodo entrò Joe Vescovi alle tastiere e avemmo un’occasione con un grande produttore americano: il mitico Seymour Stein, che voleva la band a tutti i costi. Peccato che questo lo seppi anni dopo, tutti i suoi fax che erano arrivati alla Ricordi non erano nemmeno stati letti, perché in quell’ufficio nessuno sapeva l’inglese…

Col senno di poi rifaresti la scelta di abbandonare la tua band per la PFM?

Ci ho pensato spesso, a conti fatti la mia esperienza con loro non è stata preponderante nello svolgimento della loro storia, specie dopo la collaborazione con De André. Da un’altra parte però l’Acqua Fragile a un certo punto aveva solo debiti… sarebbe stata dura. Forse a livello artistico mi posso rimproverare di non avere calcato sufficientemente la mano con la PFM… ma non era facile, c’erano diverse correnti, artistiche e amministrative, nella band e sarebbe stato utile che le due cose fossero andate di pari passo. Se avevi un’idea che poi il management bocciava era un’idea inutile, bisognava sempre trovare un compromesso. A un certo punto dovetti rassegnarmi al fatto che loro, all’epoca, non ritenevano la voce, la vocalità, uno degli aspetti importanti del loro progetto.





 

venerdì 4 giugno 2021

Monica Malfatti commenta “Horizontal Rain”, di Bernardo Lanzetti

Commento al disco “Horizontal Rain”, di Bernardo Lanzetti

Di Monica Malfatti

ARTICOLO ORIGINALE

 

Ho ascoltato per la prima volta “Horizontal Rain” di Bernardo Lanzetti (ex PFM ma, come leggerete fra poco, non solo) mentre mi recavo al lavoro con la macchina. Non pioveva quella mattina, però era molto facile immaginarsi avvolti da un’atmosfera malinconica, a tratti violenta e a tratti più dolce. Quella di una pioggia orizzontale, che batte sul parabrezza di giornate grigie nel bel mezzo di una primavera ancora incerta.

Di certo incerta non è – e scusate il gioco di parole – la lunga e blasonata carriera di Lanzetti, autore e compositore nato a Casalmaggiore nel 1948 e laureatosi in chimica nel 1971.

Una buona dose di chimica, a tratti alchemica, non manca nei suoi lavori. A partire dal rock progressivo degli Acqua Fragile, suo primo gruppo, fino ad arrivare a quest’ultimo lavoro, Horizontal Rain. Un disco che riassume in sé l’eclettica abilità, propria di Lanzetti, di padroneggiare inglese e italiano – non a caso la laurea in chimica l’ha conseguita negli Stati Uniti. Ma anche quella di trasformare il rock puro delle sue canzoni in una corale polifonica di straordinario impatto, uditivo ed emozionale.

I primi secondi di chitarra elettrica che sentiamo in Walk Away preparano letteralmente il motore a questo viaggio, mentre il contagiri inizia ad inanellare numeri impressionanti: 9 brani, di cui 8 in inglese. 19 musicisti spalleggiati da 7 elementi (il coro della Compagnia Teatrale O.L.B.C. di Foligno) e tutta l’estensione vocale dell’artista, che supera di gran lunga le 3 ottave. Infine, 8 sono pure i tecnici del suono che hanno registrato, mixato e masterizzato il tutto, coordinati dal produttore Dario Mazzoli. Proprio Mazzoli racconta l’esperienza del suo primo concerto, appena quindicenne. Non è un caso che su quel palco, al Palalido di Milano nel 1976, ci fosse la PFM guidata da Lanzetti.

Nemmeno il tempo di pensare a tutto questo che le chitarre e i violini struggenti di “Walk Away” cedono il passo ad Heck Jack, il cui ritmo rock&blues è benzina pura.

Proprio su queste note però il mio serbatoio si accorge, con un certo contro-tempismo, di essere vuoto. La tappa al distributore è allora Lanzhaiku, dove la pompa di benzina prende gradatamente le forme del sax baritono, a sostituire in questo brano i suoni di un soltanto ipotetico contrabbasso. Man mano che le tacche risalgono avanzano anche le note e il minutaggio del pezzo, con l’armonia avvolgente di coro e flauti a rimettermi in moto.

Il tempo è denaro, occorre andare.

Ma Time is king anche, il tempo è un re: ce lo ricorda Lanzetti, la cui voce è davvero l’unica, toccante, protagonista di questo pezzo. All’attacco iberico di Genial!, il piede preme sull’acceleratore, mentre il successivo riff di chitarra sembra quasi lisciare le gomme sull’asfalto. Al semaforo ci aspetta Conventional, uno stop obbligato che ci spinge a riflettere su ciò che finora abbiamo ascoltato, nel tempio intimista e solenne dell’abitacolo. Si riparte con Ero un num ero, unico brano in italiano, capace dopo “Conventional” di trasformare le riflessioni maturate in acuti giochi di parole, talvolta anche ingannevoli, come il titolo stesso suggerisce perfettamente.

Ma ecco che a portarci lontano dalle illusioni ci pensa proprio la title track del disco.

Con Horizontal Rain, infatti, le chitarre potenti vanno ad indicarci un traguardo sempre più vicino. È laggiù: il parcheggio, un piazzale arioso come il finale corale del disco, Different, dove le tastiere la fanno da protagonista. Si delinea qui la giusta tensione, anche carica di stimoli, che caratterizza una giornata lavorativa al suo inizio.

Quella del viaggio, in “Horizontal Rain”, non è soltanto una metafora né la semplice condizione di ascolto in cui questo disco mi ha sorpreso. Nel lavoro di Lanzetti c’è tutta la quotidianità di un pendolare, di una musica che descrive e qualifica ciò che viviamo, ovunque ci troviamo. Ed è forse proprio questa la forza dell’album, come anche di tutto il rock progressivo, se ci pensiamo. La forza di poter segnare una via, come gli omini di pietre e sassi sui sentieri di montagna, lasciando però a chi ascolta la libertà di farla propria, intraprenderla, amarla, odiarla, cambiarne le molteplici deviazioni. Riscoprirsi sempre nuovi, insomma, e mai terminati. “Horizontal Rain” è un inno al viaggio come meta. E viceversa.




venerdì 21 maggio 2021

Bernardo Lanzetti - “Horizontal Rain”


Bernardo Lanzetti - “Horizontal Rain” 

Etichetta: SnV 

Distribuzione Digitale: Believe

Distribuzione fisica (CD e Vinile): DV More/Disco Più Srl

Commento di Athos Enrile

 

È appena stato rilasciato il nuovo album di Bernardo Lanzetti, “Horizontal Rain” e proverò a delineare un quadro a mio giudizio complesso, che comprende la necessità del racconto oggettivo unita a quella del commento esterno, dove l’estetica e il posizionamento all’interno del panorama musicale non sarebbero elementi sufficienti, da soli, a delineare la grandezza di un contenitore musicale che si dipana via via con l’aiuto dell’autore, attraverso le sue note e un’intervista ad hoc.

Partendo dagli elementi certi fornisco il link utile ad ottenere informazioni sui singoli dettagli:

https://bernardolanzetti.blogspot.com/2021/05/horizontal-rain-il-nuovo-album-solista.html

Seguo con costanza il lavoro di Lanzetti ed ero a conoscenza del suo nuovo progetto, senza peraltro realizzarne la portata; ma è bastato un primo ascolto per decodificare i tanti messaggi che, nel tempo, mi erano arrivati e all’improvviso mi si è aperto un nuovo mondo.

Non esagero. In fondo, noi antichi amanti di certa musica, abbiamo nell’intimo una convinzione, quella di aver vissuto il momento d’oro della musica - periodo che non tornerà mai più -, così come è diffuso il pensiero che sarà impossibile scrivere cose nuove, che vadano in quella direzione, ma capaci di essere allo stesso tempo un miglioramento, una progressione. “Horizontal Rain” cancella ogni preconcetto e stereotipo di questo genere, collocandosi ad un livello superiore. Che poi a tutto ciò corrisponderà adeguata visibilità e condivisione è fatto sperabile, ancorché complicato.

Tanto per essere chiari, il nuovo album parte da un’esigenza ben precisa, contenuta nell’incipit:

Mi ero preparato per affrontare tutto nella vita ma non ero pronto per la Pioggia Orizzontale 

Ma qual è la “pioggia orizzontale” da cui l’autore non aveva pensato di doversi riparare?

Chiosa Bernardo: “Il non venire compreso o, addirittura, all’improvviso osteggiato dagli altri soggetti coinvolti in progetti dove il mio impegno convinzioni e aspettative erano al massimo…”.

Riannodo le fila della storia: se l’annuncio di un nuovo album di Bernardo Lanzetti portasse alla mente di qualche fan un tributo al blues o a Bob Dylan - tanto per citare episodi del passato -, beh, non è questo il caso.

Ma non è nemmeno utile alla comprensione immaginare un nuovo “VOX40”, sontuoso evento che, con nuova e consistente patina, nel 2013 riproponeva 40 anni di professione, una sorta di meraviglioso compendio musicale rivolto alla celebrazione del passato.

Qui siamo davanti ad un futuro illuminato - speriamo anche compreso - in cui la musica di qualità creata non è un “elemento perfetto” fine a sé stesso, ma diventa proposizione di una linea guida da seguire, unendo competenze tecniche a idee fresche e a messaggi importanti.

Dice Bernardo: “Non bisogna temere di osare, non bisogna avere paura del giudizio. Non siamo davanti al maestro di armonia ma cerchiamo di fare la storia partendo dal quotidiano e dal rispetto per i grandi del passato. Abbiamo bisogno di una musica che descriva e qualifichi la nostra epoca, vorrei che il mio lavoro preparasse più di qualcuno a raccogliere la sfida per un nuovo impegno artistico. La Musica non può essere solo intrattenimento così come le Belle Arti non possono essere solo decorazione! Penso che l’arte sia chiamata a un impegno superiore. Credo che abbia il compito e il dovere di fare delle cose per pungolare l’umanità, affinché cresca e si prepari per il futuro. L’artista prepara dei ponti, come l’architetto illuminato, progetta case, stazioni, aeroporti che possano affrontare il domani”. Potrebbero liquidarmi come cantautore ma per me scrivere una canzone è un esercizio elementare, come per un esperto di enigmistica fare le parole crociate facilitate. Un esercizio che è andato perduto, non c’è più poesia, solo elenchi di parole più o meno organizzate con il rimario. L’impegno nel suono e nel ritmo deve accompagnarsi a quello nella parola per una nuova e potente forma di comunicazione e di cultura”.

L’approccio è di tipo olistico, senza troppe dicotomie e distinzioni all’interno del concetto di arte, quello che Lanzetti “cavalca” a suo piacimento, tra musiche, liriche e immagini (sua è la figura mitologica del futuro ritratta in copertina, così come sono presenti suoi lavori pittorici nel booklet del CD, elaborato da Gigi Cavalli Cocchi).

Lanzetti è autore di tutte le musiche e delle liriche - tranne per due brani dove viene utilizzato il testo dell’amico P.J. Marmot -, degli arrangiamenti (assieme ad Andrea Cervetto, e Giancarlo Porro) e può vantare la collaborazione di una certa “nobiltà”, reperibile nei dettagli cliccando sul link succitato.

Per gli amanti del prog, di cui Lanzetti è alfiere, alcuni nomi faranno drizzare le orecchie, stimolando la curiosità.

La produzione è di Dario Mazzoli, che in un’occasione risfodera il basso e si unisce ai musicisti.

Trentotto minuti di sonorità variegate, suddivise su nove tracce, sono il menù di “Horizontal Rain”, un lavoro che racchiude differenti anime e trame che lo stesso Bernardo suddivide in categorie più o meno conosciute: si va dal Prog al Soul Rock, passando per il Pop e l’Avanguardia, planando sul Classix 2 B,  neologismo che non conoscevo e che fa riferimento a quei brani che suonano come dei “Classici” pur non assomigliando ad altri brani in particolare ma, piuttosto, al carattere o al percorso storico che li ha resi tali.

Proviamo a mettere su di un ideale “piatto” l’ipotetico “LP” e pigiamo il tasto “start”.

Apre il giro di giostra “Walk Away”, che propone il prestigio derivante da nomi altisonanti, quali David Cross (ex King Crimson), Jonathan Mover (GTR), Tony Franklin (già con Kate Bush e David Gilmour), Kim Chandler (già con Huriah Heep & Orchestra), Andrea Cervetto (Il Mito New Trolls) e Derek Sherinian (ex Dream Theatre).

È uno di quei brani che si possono inserire nella sezione “Prog”, sia per la strumentazione utilizzata, tipica del genere, sia per l’impiego di tempi composti che in quei componimenti non possono mai mancare.

La classicità e il modus struggente del violino di Cross giocano con una vocalità unica che domina e conduce, mentre i ritmi, difficili da decodificare per il profano, diventano il tappeto ideale per questa prima immagine, compresa tra sacralità sonora e teatralità debordante.

Segue “Heck Jack” e si cambia direzione, una deviazione rockettara che l’utilizzo dei fiati porta in terreno soul e in cui Tony Levin si trova a proprio agio (ma ci sarà qualcosa in cui non eccelle?).

Un pezzo più lineare che, estremizzando, diventa istigatore di dinamicità, una sorta di repertorio “primo Peter Gabriel” post Genesis, artista a cui Bernardo è spesso stato accostato.

Con “Lanzhaiku”, terza traccia, diventa imponente la presenza di David Jackson, che suona tutti i flauti e i sax, non escluso il baritono che addirittura sostituisce il basso elettrico.

Altro episodio di “sopraffino prog” governato a piacimento dai giochi di voci di Lanzetti che, estensione a parte, colora l’andamento della trama musicale e regala una manciata finale di secondi dal profumo “hammilliano”.

L’autore, a proposito degli aspetti lirici, aggiunge il suo pensiero: “La forma poetica dell’Haiku ben si adatta al tipo di composizione, minimalista ma con melodie sottintese e sognanti. Un esercizio da consigliare a colleghi strumentisti e cantautori.”

Bernardo ricorre al pop classico per affrontare un argomento “drammatico” in “Time Is King”: “Il Tempo corre, il Tempo scorre; a volte è solo un flash. Eccolo a plasmare lo Spazio nell’Universo ma, ti dico, facendomi scricchiolare le ossa… Il Tempo riempie ogni vuoto, non ci si può opporre, non c’è Democrazia. Nella finzione o nella verità, il Tempo è Re”.

Le atmosfere sono quelle tipiche del sound anni ’80: ipnotiche, ripetitive, a tratti distopiche, quasi dolorose e perfettamente funzionali al testo.

Genial!  fa parte dei “classici a divenire”: sezione ritmica sugli scudi e l’elettrica di Marco Colombo che disegna motivi orientaleggianti e aiuta ad unire il rock all’etnia e alla world music.

Lanzetti fornisce un altro lato di sé, tra cantato e parlato/recitato, un eclettismo che, nel tempo, continua a stupire.

Della stessa sezione di competenza, evidenziata come “Classix 2b”, fa parte “Conventional”, brano che si distacca dal gruppo per classicità e bellezza estetica.

Si può etichettare una canzone dei nostri giorni con l’aggettivo “aulica”?

Melodia magica, fiabesca, testimonianza di come lo “strumento voce” sia padroneggiato senza confini da Lanzetti, che in questo caso è interprete di una proposizione che, come lui dice: “…potrebbe essere l’Aria di un’Opera leggera…”.

Ma la contaminazione è insita del progetto e la canzone viene stravolta da un tempo dispari in 7/4.

Mi sono chiesto in quale contesto sarebbe più adatta per essere divulgata e sono arrivato alla conclusione che la sua bellezza universale potrebbe mettere d’accordo ogni palato, ogni testa pensante e ogni animo sensibile.

Non ho ancora sottolineato l’ovvio, ovvero la lingua utilizzata, l’inglese, ma per chi bazzica la musica di Lanzetti non è certo un mistero, anche se ricorrere al nostro idioma può essere utile, come nel caso di “Ero un num Ero” - dal profumo palindromo - in cui la lingua italiana ne facilita la comprensione.

Lanzetti si dichiara molto fiero di un brano che definisce “avanguardistico” ed è lui stesso a delinearne i significati: “Come inquadrare un brano che ha i numeri nel testo e nella musica? I numeri sono quelli che tutti conosciamo dall’1 al 9, in quanto lo zero è solo una convenzione. Una progressione numerica casuale muove un dito su 1+8 tasti, conseguenti, sul manico della chitarra, di fatto dettando l’armonia. La melodia arranca mischiando le scale e, al finale liberatorio della storia, che può fare il coro se non cantare i numeri stessi?”.

Ritorno al rock con la title track, “Horizontal Rain”:

Ho imparato il linguaggio, sono stato al Nord e al Sud. Ho ballato da solo al buio e sono stato come dura roccia a un rave-party… Ho fatto il clown in un rodeo e sono stato nelle truppe d’assalto. Sono stato, addirittura, fidanzato con una donna avvocato! Conosco il ghigno del serpente e so guardarmi alle spalle. Insomma, avevo comperato l’intero pacchetto ma… NON ERO PRONTO PER LA PIOGGIA ORIZZONTALE!”.

Ma cosa accade, musicalmente parlando, quando siamo colpiti da una piaggia orizzontale, se intesa come movimento ed espressione inaspettata, a cui non siamo abituati, insomma, fuori da ogni schema e ortodossia?

Mi pare proprio questo il sentimento contagioso che deriva dall’ascolto di “Horizontal Rain” - sia la traccia che l’album -, e ciò che per l’autore ha rappresentato una forte delusione, ispiratrice del progetto, per l’ascoltatore attento potrebbe trasformarsi in un aiuto verso un nuovo approccio all’arte musicale.

A chiusura troviamo “Different”, che vede la collaborazione con la Compagnia Teatrale O.L.B.C. di Foligno. Anche in questo caso BL ci viene incontro ed esplicita: “La trama sviluppa ancora la divisione ritmica visionaria sperimentata, in precedenza, per Acqua Fragile assieme a Mover, ovvero suddividere e sommare i sedicesimi del tempo ritmico per produrre l’effetto ipnotico di un diverso, incessante, cambiamento.”

Il coro diventa parte essenziale e viene sottolineata l’importanza dell’elemento “voce” inteso come strumento, indipendente dalla sua funzione più conosciuta, un utilizzo che Lanzetti conosce bene e che dilata a piacimento, riuscendo sempre a fornire nuove sfaccettature.

Mi fermo qui e propongo a seguire una piccola e icastica intervista a Bernardo Lanzetti, un musicista che, pur essendo rappresentante importante di un periodo molto lontano, riesce ancora e concretamente a dare indicazioni per il futuro, allargando i propri orizzonti attraverso lo studio, la sperimentazione, la perlustrazione di mondi e culture differenti, traendo continui stimoli e motivazioni fortificanti del proprio credo, esempio di una filosofia di vita fuori dagli schemi, nel senso della lontananza dalla facilità espressiva e dalla convenienza.

Lanzetti mi riporta a Quentin Tarantino, al suo “Pulp Fiction” e alla protagonista Uma Thurman, che in una famosa scena, mentre disegna con le mani un immaginario rettangolo aggiunge: “Don’t be a square!”.

I numeri - e la geometria - che Bernardo usa a piacimento ci suggeriscono, anche, di non accontentarci di un uso ridotto della mente e ci spingono a non essere troppo inquadrati, optando per una esistenza un po’ più iconoclasta.

Ma molto più semplicemente possiamo decidere di ascoltare il nuovo album e scoprire che si può ancora fare della bella musica, che sia nutrimento per l’anima, non solo per il corpo.

L’immagine di “ex voce PFM”, ancora suggestiva, è stata ormai superata dalla dimensione di artista totale, e goderne i risultati appare oggi un privilegio che potrebbe estendersi facilmente… in un mondo sensato!


L’INTERVISTA

 

Per iniziare, da dove nasce - e quando - l’idea di un album così complesso e vario, sia nella proposta che nei protagonisti?

L’aver iniziato, già da un otto/dieci di anni, una collaborazione artistica a distanza con il batterista Jonathan Mover, mi ha permesso di ampliare gli orizzonti e osare in più direzioni. Dopo il VOX 40 ho pensato che fosse giunto il momento di creare una nuova piattaforma creativa prendendo in prima persona ogni decisione artistica e operativa.

Con che criterio hai scelto i collaboratori, che sono tantissimi? Bastano l’amicizia e il nome o hai riflettuto più a fondo sulla funzionalità rispetto alla creazione?

Strategico è stato Mover che, a sostegno della considerazione che ha per il sottoscritto, prima di registrare ogni brano che gli sottoponevo è sempre stato così preciso e accurato da spiegarmi la visione della ritmica che avrebbe realizzato. È con il suo entusiasmo e le sue conoscenze - non dimentichiamo che oltre a essere stato attivo con gli Skyline Studios di New York, trasferitosi a Los Angeles, da alcuni anni è socio agli “Swing House Studios”, è soprattutto uno dei batteristi americani più vicini al Prog - che sono potuto arrivare a coinvolgere gli altri strumentisti americani come Derek Sherinian o Tony Lane, britannico che però vive a Los Angeles. Il colpo maestro è stato avere a bordo Tony Levin. Poi, senza dubbio, David Jackson è stato scelto e chiamato appositamente per produrre il 70% del sound di “Lanzhaiku”. Ero sicuro che avrebbe amato suonare il sax baritono come sostituzione del contrabbasso ma anche suonare tutto il resto che avevo scritto per quel brano. David Cross, con cui avevo già cantato brani dei King Crimson al Festival Jazz di Fasano, era intanto diventato partner di Jackson in avventure d’avanguardia, così che non è stato difficile coinvolgerlo. Per gli italiani è stato facilissimo perché il tastierista Pier Vigolini e i chitarristi Marco Colombo e Andrea Cervetto già avevano lavorato con me a più progetti. Pier Gonella, sempre alla chitarra (classica e folk), Alex Polipo alla batteria e Sara Wilma Milani sono stati presentati da illustri colleghi mentre Alesia Baltach al violoncello e Kim Chandler -backing vocals- le ho conosciute in Jam Session a Marbella. La prima è estone e di estrazione classica mentre la seconda è australiana ma con esperienze in Inghilterra, agli Abbey Road Studios, oltre ad aver lavorato con gli Huriah Heep. Per rendere onore a Tony Levin, che suona lo stick nel brano “Heck Jack”, il produttore Dario Mazzoli ha voluto chiamare una vera sezione di fiati guidati e arrangiati dal titolato sassofonista Giancarlo Porro. Ecco così intervenire gli ottimi Carlo Napolitano al trombone e Marco Brioschi alla tromba. Franco Grandoni, oltre a essere il responsabile del gruppo teatrale O.L.B.C. di Foligno, molto attivo nell’ambito dei Musical, è anche un grande appassionato di Prog. Con entusiasmo ha chiamato i ragazzi della compagnia per registrare quel piccolo delirio corale in “Different”. In conclusione, posso dire che, per la quasi totalità del lavoro, ho avuto modo di ragionare brano x brano e agire di conseguenza.

Questo periodo di clausura forzato ha incrementato la tua considerazione sull’uso della tecnologia applicata alla progettazione di un lavoro discografico?

I vari lockdown non hanno influito sull’uso della tecnologia utilizzata nel progetto perché già da molto prima il superamento delle distanze geografiche e le modalità di registrazione erano consuetudine collaudata. A mio avviso, di quel Comitato Tecnico Scientifico così chiacchierato avrebbero dovuto far parte anche artisti e musicisti…

Restando in tema, “Horizontal Rain” potrà essere proposto in fase live, quando sarà consentito calcare nuovamente un palco?

Tutto è possibile ma ora occorre fare i conti con i concerti cancellati lo scorso anno e che hanno precedenza nel caso riaprano i calendari. Non posso escludere nulla, neppure inserire alcuni dei brani dell’album in progetti live paralleli.

Qual è la TUA “pioggia orizzontale”, quella da cui non avevi pensato di doverti riparare?

Il non venire compreso o, addirittura, all’improvviso osteggiato dagli altri soggetti coinvolti in progetti dove il mio impegno convinzioni e aspettative erano al massimo…

Hai utilizzato la lingua italiana in una sola occasione (“Ero un num Ero”): un argomento su cui volevi non ci fossero dubbi?

Questo brano è quello dove ho osato di più per cui ho pensato che usare la lingua italiana potesse facilitare la comprensione per gli italiani e aggiungere un che di “esotico” per gli stranieri. Vado fiero per la forma e il contenuto di questo testo.

Come si deduce dalla scheda di presentazione, “Horizontal Rain” non può essere ascritto ad un particolare genere ma rappresenta diverse versioni di Lanzetti: può considerarsi un sunto della tua vita artistica, tenuto conto che, oltre agli aspetti musicali, la tua “mano” incide, per la prima volta, nell’artwork, e quindi il disco diventa un contenitore in cui esprimi gran parte della tua diversificazione?

In precedenza, salvo rare eccezioni, ho sempre trovato che i musicisti impegnati all’ artwork dei loro album, in realtà non arricchivano l’opera ma in qualche senso, arrivavano a limitarla. Ora le regole e le convenzioni e le convinzioni esistono per essere superate...

Mi spieghi il significato dell’immagine di copertina?

L’immagine di copertina rappresenta “una figura mitologica del futuro”, la Musica Elettrica che affronta una pioggia magnetica orizzontale, senza paura di sacrificare la mitica chitarra per reggere l'urto disorientante e superare l’impatto con fermezza, coraggio ed energia.

In che formato - fisico e digitale - sarà disponibile “Horizontal Rain”?

Per ora CD fisico e Digitale in rete. Il Vinile in un prossimo futuro.


Tracklist:

01-Walk Away - 5:50 

02 - Heck Jack - 3:45

03-Lanzhaiku - 3:33 

04 - Time is King - 4:50

05 - Genial! - 3:00

06 - Conventional - 4:17

07 - Ero un num Ero - 4:51 

08 - Horizontal Rain - 5:08

09-Different - 4:31