Quando una rivista come Rock decide di mettere
ordine nella galassia del progressive e di elencare i 300 dischi più
importanti del genere, il risultato non è mai soltanto una classifica. È
una cartografia emotiva, un modo per capire come certe opere continuino a
irradiare significato a distanza di decenni. In cima, prevedibilmente, In
the Court of the Crimson King: l’archetipo, la matrice, il punto da cui
tutto si è allargato. Ma è scorrendo verso il cuore della lista che si
incontrano le sorprese più rivelatrici.
Fra queste, al numero 204, compare Acqua Fragile (1973), il debutto dell’ensemble emiliano guidato da Bernardo Lanzetti, Franz Dondi e Piero Canavera, con l'aggiunta di Maurizio Mori e Gino Campanini.
Una posizione che, letta oggi,
ha il sapore di un riconoscimento tardivo ma limpido. Lo stesso Lanzetti, con
la sua ironia affilata, ha commentato: «La rivista ROCK ha elencato i 300
dischi più importanti del PROG. “In The Court Of The Crimson King” è al N°1
mentre Acqua Fragile (1973) è al 204!». Una constatazione che non è un
lamento, ma un sorriso, quello di chi sa che quel disco, all’epoca quasi un
oggetto anomalo, ha trovato finalmente il suo posto nella memoria collettiva. Semmai ci sarebbe da riflettere su alcune "nullità menzionate"!
Perché Acqua Fragile resta un unicum. Uno dei pochi
album prog italiani interamente cantati in inglese, con un’impronta
internazionale che non imitava, ma dialogava. Le influenze di Genesis, Yes e
Gentle Giant non erano travestimenti, bensì materiali di lavoro: armonizzazioni
west-coast, cambi di tempo calibrati, un gusto melodico che non sacrificava mai
la complessità. Morning Comes, Comic Strips, la suite
immaginifica Science Fiction Suite: brani che rivelano una scrittura già
matura, sostenuta da una produzione - Claudio Fabi e la PFM - capace di
valorizzare intrecci vocali e dettagli strumentali.
Riascoltato oggi, il disco mostra una freschezza che
sorprende. Non ha la monumentalità di certi colossi britannici, né l’oscurità
barocca di alcune opere italiane coeve. È un lavoro di equilibrio, di
trasparenza, di ricerca timbrica. Un album che non pretende di essere epico, e
proprio per questo lo diventa: perché non forza la mano, non rincorre il
gigantismo, non si nasconde dietro la complessità. È un disco che respira.
Il numero 204, in fondo, non è un gradino. È un punto sulla
mappa. Un luogo in cui tornare per capire come il prog italiano abbia saputo
essere internazionale senza perdere identità, e come un gruppo emiliano, nel
1973, abbia inciso un disco che continua a parlare con una voce propria.
E forse è proprio questo che Lanzetti, con la sua frase, lascia intendere: non serve essere primi per restare. Serve essere necessari. E Acqua Fragile lo è ancora.













